La rivoluzione domestica, formato Playboy. Un saggio di Beatriz Preciado

settembre 29, 2011

Il primo logo disegnato per l’esordio in edicola di Playboy nel 1953 era un cervo, in vestaglia e pantofole che fumava la pipa. Un animale selvatico, finalmente addomesticato. Il fatto è che il termine Stag, cervo, si riferiva anche alle serate per soli uomini, che si incontravano in appartamenti privati a guardare i filmini di porno amatoriale. La testata doveva chiamarsi Stag Party Magazine.
Non andò così, perché prima di andare in stampa si scoprì che già esisteva una innocua rivista con un cervo nel nome e nel logo, dedicata a caccia & pesca. L’attenzione si spostò allora su un coniglio “di bell’aspetto, giocherellone e sexy” ed in smoking, un animale infantile e senza imbarazzo, dedito a cacciare femmine senza uscire di casa.
L’obiettivo di Hugh Hefner, patron di quello che sarà Playboy, fu di invadere lo spazio domestico, de-femminilizzarlo, cambiargli di segno e declinarlo tutto in un celibato un po’ masturbatorio un po’ seduttore. Spazio simbolico, dunque. Ma anche fisico, modellato sull’idea di un appartamento per uomini soli e disinibiti.
E’ questa la pista, brillante e divertita, che ha seguito Beatriz Preciado, per il suo Pornotopia. Playboy: architettura e sessualità (Fandango, traduzione di Elena Rafanelli, pagg.240, euro 16,50); se ne parlerà con l’autrice al Festival di “Internazionale” a Ferrara domani e poi sabato, in un incontro cui partecipano anche Michela Marzano e Natasha Walter. «Playboy mi ha dato la possibilità di mettere alla prova, fuori da considerazioni morali o legali – scrive la filosofa spagnola – una definizione architettonico-mediatica della pornografia, come meccanismo capace di produzione pubblica del privato e di spettacolarizzazione della domesticità».
Qui sta il cuore della sua indagine, che può sembrare bizzarra, ma lo è di sicuro nel senso strettamente queer, essendo peraltro considerata la ricercatrice che ha raccolto nel modo più brillante l’eredità di Judith Butler. Beatriz Preciado, classe 1970, insegna “Storia del corpo e culture queer”, a cavallo tra Paris VII e il MacBa di Barcellona ed è l’autrice, tra l’altro, di Manifesto contra-sessuale (in Italia per le edizioni Il Dito e la Luna) che dieci anni fa l’ha portata alla ribalta.
Nel suo ultimo libro Preciado ha vivisezionato l’impresa Playboy, a partire dagli anni Cinquanta, in piena guerra fredda e sotto la bufera del maccartismo, ossessionato da omosessuali e comunisti e pervaso di misoginia ed antisemitismo.
Playboy, dunque, seminò un nuovo discorso pubblico nell’ordine maschile eterosessuale. Puntò a rovesciare la divisione sessuale dello spazio urbano come si era codificato con l’Ottocento borghese. L’interno domestico come regno del femminile e la piazza pubblica e istituzionale esclusivamente maschile erano infatti le geografie dove si muovevano donne e uomini votati alla presunta felicità matrimoniale, monogamica e fertile, e al dovere della rispettabilità.
Playboy torse lo sguardo maschile, dandone dignità pornografica. La rivista non ha mai avuto immagini porno, infatti. Era lo sguardo a fungere da motore osceno del desiderio. Della nuda Marylin Monroe non si vedeva in realtà nulla, ma lo shock visivo tra il suo corpo pallido sulla stoffa rossa del divano allargava a dismisura l’immaginario. Stampata genialmente su due pagine, tra un articolo di costume e un’intervista a Andy Warhol, quella foto fece vendere oltre 50 mila copie al debutto della rivista. Diventarono 70 mila con il secondo numero, quanto comparve la segretaria-amante di Hefner, con lo stesso sguardo e il medesimo smarrimento che muoveva in ufficio un giorno qualsiasi.
Playboy inventò infatti l’erotismo della ragazza della porta accanto, come fenomeno di massa, che «per l’economia farmaco-pornografica del secondo dopoguerra è quello che l’automobile è stata per il fordismo: il prodotto seriale di un processo di produzione di capitale», come sottolinea Beatriz Preciado. E’ l’irruzione delle playmates, né casalinghe né sofisticate, «l’espressione infantile ed incosciente dei loro volti era direttamente proporzionale alla stupidità contenuta nello sguardo maschile».
In tutto questo, comunque, l’occhio maschile di Playboy, non era solo una questione biologica, «ma una struttura politica dello sguardo», tanto che il fotografo che più lavorò per la rivista fu una donna, Bunny Yeager. Così iniziò questa fabbrica dell’erotismo che si trasformò in impero economico, fino a vendere più di un milione di copie alla fine del decennio, mentre Hugh Hefner restava nascosto in casa, viaggiava solo col suo DC9 Big Bunny e posava in vestaglia circondato da conigliette.
Playboy puntò ad espellere la donna-moglie  dall’appartamento e a trasformare lo scapolo o il divorziato in “un uomo da interno”, come arringava la rivista. Il focolare americano veniva messo a soqquadro dai nuovi designer Eero Saarinen, Osvaldo Borsani, Ray e Chlarles Eames, che proponevano sulle pagine del mensile “le molteplici funzionalità dello spazio”, “la flessibilità dei moduli”, l’aspetto “cangiante e ludico dei mobili”. Da qui il divano ribaltabile, le sedie per più posizioni, la cucina piena di utensili ed apparecchiature.
Una nuova dimensione performativa dello spazio domestico, dunque, dove le donne, immaginate come fugaci e sexy presenze dovevano stare fuori dallo studio e dal bagno, a loro assolutamente off, per sancire – secondo Beatriz Preciado – «la definitiva privatizzazione del cervello e dell’ano maschili», mentre «gli occhi, le mani e il pene sono consacrati alla massimizzazione del piacere», dunque pubblicizzabili.
Oggi l’impero di Hefner sta tramontando. Eppure, avverte la filosofa, «è ancora possibile riconoscere l’organismo pornotopico di Playboy in funzione di altri centri di produzione di significato. E’ questo movimento, questa sopravvivenza di modelli e non Playboy come oggetto storico che ci interessa».

il Manifesto

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