Le bombe e la musica. Quell’hotel di lusso nato dalla salumeria

Lei le labbra le muove appena, un sobrio vestito nero, i capelli raccolti, guarda dritta all’obiettivo. Lui alza lo sguardo, dall’altra parte c’è qualcosa che gli strappa un sorriso aperto. Enrichetta Corò ed Enrico Tura non hanno nemmeno trent’anni quando decidono di usare i loro risparmi per acquistare la birreria, con stallo per cavalli e quattro camere, che sta di fronte alla stazione di Mestre.
E’ il 1911. Lui fa il maître e lei la governante nello stesso albergo in laguna. Vogliono tornare in terraferma. I Tura hanno in mente un Hotel, magari lussuoso, di sicuro grande, così acquistano presto anche i terreni vicini. Per il momento aprono un “Bar, salumeria e birraria”. Solo dopo diventerà Hotel Bologna. Nome non casuale, è la città natale di Enrico. La moglie, invece, è una veneziana di Spinea.
Oggi, quell’impresa compie cento anni. Ed è Paola, terza generazione dei Tura, che sta organizzando i festeggiamenti. Dal ‘97 dirige l’impresa da sola. Lei sorride, pensando a quei due giovani tanto intraprendenti. «Di sicuro, la prima cosa su cui scommettono i nonni è la cucina. Emiliana, ovvio. Un successo. L’ultima sfoglina se n’è andata sei anni fa. E non l’abbiamo più sostituita, purtroppo». L’hotel si è fidato solo di signore emiliane doc per tirare fettuccine e lasagne, secondo la tradizione. «Ricordo che da bambina avevo la mia piccola massa di pasta, mi mettevo vicino alla sfoglina e seguivo i suoi gesti».
«Il fatto è abbiamo vissuto dentro l’hotel fino al 1967. Siamo nate qui, tutte e tre le sorelle. La più grande è poi mancata all’età di 12 anni. Anche gran parte del personale aveva le proprie camere qui, molti sono arrivati giovanissimi e si sono fermati fino alla pensione. Tutti ci coccolavano e ci davano un’occhiata. Ho lasciato questa famiglia allargata a cinque anni. Ma ricordo benissimo. In questa foto sono io che corro sui tavoli». Paola Tura si ferma un attimo, emozionata. Ci mostra un altro scatto: «Lui è zio Adelmo. E’ stato il primo direttore. Dal 1921 è rimasto fino alla fine. Un altro mondo. Persino il servizio lavanderia era interno. Ricordo le lenzuola stese ad asciugare al vento, dove ora c’è il parcheggio».
Zio Adelmo è ripreso seduto vicino al papà di Paola. Sarà proprio Franco, figlio unico dei vecchi Tura, a farsi carico della ricostruzione del Bologna dopo la guerra. Sfollano a Spinea assieme alla famiglia Coin, lontani cugini dell’altra grande famiglia di imprenditori mestrini. Occupano due piani di una stessa villa. Franco Tura ed Alessandra Coin erano giovani «e innamorati da sempre, come dice mia madre», se la ride Paola.
E’ il ’44. Con il bombardamento ferroviario un ordigno sventra la sala ristorante ed investe l’intero edificio. Paola Tura conserva la foto del padre che si aggira tra le macerie con i grandi fogli del progetto in mano. Cinquant’anni dopo è lei, nella stessa posizione del padre, in uno scatto degli anni ’90, ritratta con i rotoli in mano. «Un’altra ristrutturazione. Sventriamo di nuovo l’edificio. I lavori durano molto, per stralci, senza chiudere l’attività. L’ultimo, il patio, l’abbiamo finito la scorsa settimana».
La storia dell’hotel e di tre generazioni di Tura è la storia urbana di Mestre. Enrico scompare nel ’52, la moglie nel ’56. Alle villette con giardini, si mescolano nel frattempo edifici di ogni tipo. Anche gli alberi, che in una splendida foto sbucano dalle vetrate di una veranda liberty, insolita panoramica della sala ristorante, non ci sono più. Sono gli anni Venti ed i Tura vantano anche una sala di lettura molto frequentata.
«Ho ripreso quell’idea – racconta Paola – e abbiamo un servizio di book-crossing. Mi piace pensare che chi viaggia prende un libro e ne lascia un altro».  Qui si tengono i laboratori di scrittura del “Walter Tobagi,” che pure curerà un volume del centenario. Iniziativa che sarà accompagnata da un nuovo ciclo di raffinati appuntamenti musicali, altro fiore all’occhiello del Bologna.
«L’hotel ha da sempre un legame molto stretto con la città. Nei primi anni cinquanta, è tanta la gioia che la guerra è finita che la gente di Mestre affolla il nostro hotel – continua Paola Tura, scorrendo altre bellissime immagini – Qui invece, qualche anno dopo a Porto Marghera: è il primo catering per dirigenti e quadri di un’industria». Unomini d’affari e singoli turisti, questi son osempre stati i clienti dell’hotel, che ha ospitato anche Sandro Pertini e Giulio Andreotti.
«Oggi sentiamo la necessità di prenderci la cura della città. Per il centenario contribuiremo alla manutenzione della fontana di via Piave. L’opera del maestro Aricò soffre di abbandono, come un un po’ tutta la zona. E per l’area di fronte alla stazione abbiamo presentato un progetto per farne una piccola piazza di quartiere, vivibile e piacevole. Come pensavano i nonni, questo è pur sempre l’ingresso alla città».

Corriere del Veneto

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