Welfare fai da noi. Sara Cavallaro, Caterina Furnari, Franca Bimbi.

1/ Il gruppo di doule attive a Venezia e a Mestre. Le mamme di mamme

E’ l’ultimo nato tra il gruppo delle doule in giro per l’Italia. “La doula volante”, si chiama. Ha una sede accogliente alla Gazzera, quartiere residenziale alla periferia di Mestre, un’atmosfera da melting pot, aromi mediorientali, una bambolina boliviana di una donna incinta, thé alla menta.
Sara Cavallaro, 41 anni, è una psicologa rigorosa ed allergica alle ortodossie, che scommette sulle relazioni umani più che sulle tecniche ed i manuali. Ha una lunga esperienza di lavoro nel Centro Antiviolenza veneziano, nei progetti contro le discriminazioni e gli stereotipi di genere nelle scuole.
Ci accoglie soddisfatta, «ho appena presentato il progetto “Mammalatte”, mi piacerebbe vedere in diversi luoghi della città angoli attrezzati per far allattare le mamme. Vorrei cominciare dai musei, a Venezia non può essere che così. Vorrei far invadere gli spazi pubblici dalle madri».
Sorride. Un’associazione ad hoc, “Lune allegre” si occupa delle tante attività avviate, che si trasformano quasi sempre in happening. Ecco allora un corso di massaggio infantile ed incontri sul rapporto tra corpo e cibo per dimagrire prendendosi cura di sé.
Com’è nata l’idea di aprire un punto doula?
Un anno fa, in Argentina, una mia amica mi ha presentato un gruppo di doule di Rosario. Erano entusiaste, dicevano: “col parto la donna mostra la sua forza, il suo potere e la sua creatività”. Eccezionale ho pensato, un bel modo per dimostrare al mondo che le donne possono essere protagoniste della propria vita perché “sanno”. Quando sono rientrata in Italia, ho cercato altre doule, ho incontrato le donne di Pisa e ho seguito un corso.
Come siete organizzate?
A Mestre abbiamo iniziato in due, ma presto partiranno anche i corsi per formare nuove doule. Vogliamo coinvolgere altre donne, diffondere il più possibile anche qui questa figura. Mi piace l’idea di poter recuperare una storia, com’è stata quella relazione tutta al femminile e fuori dalla dimensione ospedalizzata della maternità.
Tuttavia, molte ostetriche vi osservano con molta perplessità…
Il fatto è che il loro ruolo è profondamente cambiato in un contesto così medicalizzato, la loro professionalità è davvero specifica. La doula ha una sua fisionomia, e può assumere un ruolo complementare. Non mi sembra che il loro ruolo sia minacciato, anzi la presenza di una doula amplia la sfera dei servizi, li avvicina persino fisicamente alle cosiddette “pazienti”.
Cosa affascina tanto in questa esperienza, secondo lei?
Credo il fatto di riconoscere un sapere che già si era certe di avere, ma che era rimasto assopito, nascosto, escluso. Quando abbiamo deciso di ospitare il corso di formazione, molte donne hanno chiamato non solo per chiedere informazioni ma per per dirci di essere “felicemente sorprese”.

2/Le “bidelle” antidispersione che fanno andare a scuola lo Zen

ompie undici anni l’esperienza delle “mamme tutor” al Quartiere San Filippo Neri di Palermo, meglio conosciuto come Zen. E una decina sono le donne tutt’ora attive tra scuola, strade e case del quartiere, ad imbastire relazioni, a mediare, ad ascoltare, a tradurre rischi legali, sanzioni, burocrazia e anche notizie da far tremare i polsi.
All’inizio, un gruppo di madri era stato coinvolto per accompagnare centinaia di ragazzi in bus in una scuola fuori dal quartiere, in modo da evitare i doppi turni. Tra loro c’era Caterina Fùrnari. Quarantaquattro anni, due figli, casalinga, ci racconta che «tutto è cominciato quando Nicolò stava lasciando le elementari per il primo anno di medie. Si diceva che i bambini fossero vittime di atti di bullismo, anche pesanti. Così, con altre mamme ci siamo allarmate. La preside, per rassicurarci, ci ha chiesto di venire a scuola, di parlarne, insomma di viverla un po’ anche noi. E così abbiamo fatto».
Caterina oggi entra ed esce dalle aule, così come si disbriga tra le insule dello Zen. Raccoglie i segreti dei ragazzi e li affronta come adulti, i professori le chiedono di parlare a quattr’occhi con altre madri, lei suona alla porta di casa per chiedere, tranquillizzare o spiegare i provvedimenti minacciati o presi dall’istituto. Trova soluzioni anche informali, per gestire i legami con ragazzi aggressivi o smarriti nel loro mondo spesso doloroso o che alle aule preferiscono la strada.
Ma come vi vedono questi ragazzi?
Ormai ci riconoscono come figure familiari. Gli sembra strano vedere questa signora che non fa lezione, dunque non è una prof né fa le pulizie. All’inizio mi chiamavano “Bidé”, troncando la parola “bidella”. “Ti sembro un accessorio per il bagno?” rispondevo. Oppure: “ma lei cosa fa qua?” insistevano ed io: “Sono qui per combattere contro di voi”. Con ironia, in dialetto, usando i loro modi e il loro gergo, me li sono conquistati uno per uno. E anche i galletti hanno abbassato la cresta.
Qual è stata la situazione più difficile che si ricorda di aver dovuto affrontare?
Ricordo un ragazzino che non si presentava mai a scuola, con problemi enormi di relazione. Con un’altra mamma tutor abbiamo cercato per giorni i genitori, che non conoscevamo e a casa non rispondeva mai nessuno. La scuola aveva deciso di segnalare il caso ai servizi sociali, con il rischio così di togliere il bambino ai genitori. Per fortuna abbiamo trovato i nonni, l’ennesima volta che abbiamo suonato il campanello. Così siamo riuscite a contattare i genitori e far rientrare la cosa.
Lo Zen è stato davvero un quartiere simbolo…
Sì, un quartiere difficilissimo, che tuttavia amo molto. I miei si sono trasferiti qui quando avevo tre anni. Dopo lo Zen 1, è arrivato lo Zen 2, molte persone le conosco, moltissime altre no. Eppure, rispetto ad anni fa, mi sembra che le nuove generazioni di genitori siano più attente, partecipano di più. Si fanno molte iniziative, c’è molta attività sociale. Ma la dispersione scolastica è ancora alta. E sono centinaia le lettere che la scuola invia ai genitori per segnalare la scomparsa dei loro figli dalla scuola. Siamo sempre noi che gliele portiamo, da madre a madre.

3/ Franca Bimbi, sociologa. I legami fiduciari al posto degli interessi comuni.

Franca Bimbi è una sociologa e una studiosa di politiche di genere. All’Università di Padova tiene i corsi di “Mutamento sociale e globalizzazione” e “Culture, differenze, identità”. La incontriamo mentre sta seguendo il progetto “Speak out”, finanziato dal programma Dafne, sul contrasto alla violenza e all’esclusione delle donne migranti. Proviamo a capire con lei le dinamiche che si muovono nella sfera del welfare micro ed informale, che spesso balza alle cronache come modello virtuoso.
«Io preferisco chiamarle mentorship di comunità. C’è una sfera della società che costruisce relazioni, ad alto tasso di complicità e vicinanza. Sono legami basati sulla fiducia, più che su interessi comuni e spesso sono refrattari a qualunque garanzia da parte di istituzioni od organizzazioni. In questa sfera, si organizzano innanzitutto pratiche di welfare».
Lei parla di mentorship di comunità. A cosa si riferisce?
Osservo questi gruppi di persone che hanno vissuto l’esodo dalle istituzioni (anche facendone parte) e dalla società organizzata, per costruire delle esperienze peer-to-peer. Imparano cioè a non guardare dall’altra parte, a non stare in silenzio, si muovono con sicurezza nella propria comunità e tra i servizi e ciò che vivono lo ripropongono ad altri. Sono gruppi che sentono di “venir prima”, che si sentono subito comunità. Si autodefiniscono tali e lo offrono di sostegno agli altri. Non sono gruppi chiusi o settari, ma estremamente aperti e porosi.
Questo rivela limiti e apre opportunità straordinarie…
Certo, ma è come se stessero sul bordo, tra l’essere aperti o chiusi rispetto all’universalità. Corrono questo rischio, ma per la maggior parte non si rifugiano in un’idea consolatoria e vaga di comunitarismo. Il fatto è che in questa società ci sentiamo un po’ tutti sparpagliati, e cerchiamo di costruire vincoli nella totale diffidenza che proviamo per gli altri, e pure per le nostre stesse esistenze.
Ed è per questo che sono soprattutto donne le protagoniste di queste pratiche di welfare?
Sì, e in particolare sono donne che sostengono altre donne. Ma è un fenomeno che riguarda quasi tutte le minoranze, i cosiddetti “soggetti subalterni”. Anche nel  femminismo abbiamo fatto questo percorso, ma allora avevamo davvero un movimento sociale ampio alle spalle. Oggi siamo sole. E dobbiamo reinventare i nostri vincoli.
E come lo declina questo nel progetto Dafne?
Ad esempio, cerchiamo di far incontrare donne straniere e migranti perché si possano auto-organizzare. Abbiamo chiesto che discutano e scelgano i termini che scandiscono la loro vita, a cominciare dalla violenza. Non voglio dare per scontato il significato e l’esperienza di questo termine, né accontentarmi delle definizioni mainstream, neanche quelle fissate da altre donne. Insomma, mi piacerebbe avere una sorta di etnografia della violenza scritta da loro. Non da noi. Questa è la vera sfida che abbiamo di fronte.

Vita

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