Le stanze private della sessualità

novembre 6, 2011

Eve Kosofsky Sedgwick era sicura di aver colto un nodo centrale e profondo: «la comprensione di ogni aspetto della cultura occidentale contemporanea – scriveva – non è da ritenersi semplicemente incompleta, ma compromessa nella misura in cui non prevede un’analisi critica delle definizione omo/eterosessuale».
Un inizio lapidario per un libro fondato esattamente sul dubbio. Era il 1990 e si intitolava Epistemology of the closet. Allora, segnò l’inizio di un intero filone di ricerca, i queer studies, esplicitamente anti-identitari. Oggi, a vent’anni di distanza quel libro esce in italiano, con il titolo Stanze private. Epistemologia e politica della sessualità (Carocci Editore).
Scrittura difficile e «fitta di riferimenti, tutti da ricostruire da zero – ci racconta Federico Zappino, che ne ha curato la traduzione – Un testo pieno di interruzioni temporali tra Ottocento e gli anni Ottanta ed irruzioni nella filosofia, nella letteratura, nella giurisprudenza». Linguaggio denso, architetture «inusuali per la letteratura inglese, anche accademica», come ci spiega l’anglista Silvia Antosa, che ne firma la prefazione.
Ma perché pubblicarlo in Italia dopo vent’anni? cosa ha ancora da dirci? come ci potrebbe essere utile, questo saggio costruito per una metà da una prefazione di “assiomi” e per l’altra metà da una vivisezione di alcuni testi letterari di fine Ottocento?
Il fatto è che siamo di fronte ad un lavoro di impressionante vitalità, capace di mettere a soqquadro i paradigmi del movimento gay e di inaugurare negli anni Novanta un filone di critica radicale ed inedita alle strutture di potere. Il queer è stato (ed è) questo.
Le identità come costruzioni sociali e culturali; così si può leggere pure il genere e persino il corpo, ci dirà negli stessi anni la seconda madrina degli studi queer, Judith Butler. Cosa questa che farà sussultare non poche femministe. «Eppure, originariamente nel pensiero della differenza il concetto di “corpo” ha una radice psicanalitica, non tanto biologica – sottolinea Federica Giardini, direttrice della rivista DWF – Dunque, qualcosa che ha a che fare con la rappresentazione e la cultura».
Esplicitamente femminista si dichiarava anche la Sedgwick, che ammetteva di aver fatto sesso solo con uomini, anzi solo con suo marito, ma rifiutava di dirsi eterosessuale. Lei si era dedicata, sfidando tutti – femministe e gay, in particolare – a studiare l’omosessualità maschile. In questa posizione così obliqua, in questo «esperimento», come lo definiva, aveva scardinato ed esaminato i marchingegni del closet, fabbrica di fantasmi, «vera  e propria economia del segreto e della rivelazione»,  ci dice Silvia Antosa.
L’identità ha per la Sedgwick proprio il rumore del closet, l’armadio o la stanza che sia, dove nascondere l’omosessualità. Sono i cigolii delle ante, che si aprono e si chiudono per negoziare sempre – anche dopo il coming out – le proprie relazioni visibili con gli altri. Segreti e «segreti di Pulcinella» – annotava –  ripetuti con il ritmo di una drammatizzazione cresciuta ed esplosa alla fine dell’Ottocento, con l’invenzione borghese dell’omosessuale, ovvero la necessità di classe, status e maschilità di definire i ruoli sociali, dar loro un ordine lungo una catena di comando. Chi risultava stonare rispetto a quel pentagramma etero-normativo entrava nel destino minoritario della clandestinità, fatta di peccato prima e di delitto poi e infine di malattia, scientificamente comprovata, fisica all’inizio e dopo  solo mentale, così come dichiaravano i manuali psichiatrici fino al 1991.
Questa etero-ossessione ritorna nella necessità di costruire trame “binarie” (naturale/innaturale, urbano/provinciale, disciplina/terrorismo, conoscenza/paranoia), con cui prescrivere, catalogare, archiviare sintomi di dolori e accenni di libertà. La Sedgwick scava in questa trama, la porta alla luce, fino al bordo estremo dove si deve scegliere tra utopia ed apocalisse, ma – avvertiva – «contrariamente ai genocidi ebrei, africani, dei nativi, un genocidio gay è assolutamente impossibile, a meno che non si voglia estirpare la razza umana nella sua totalità».
Perché Stanze private è anche il libro che per la prima volta ha cercato una via d’uscita da un altro vicolo cieco in cui si erano trovati femminismo e teoria gay, intrappolati tra “essenzialismo” e “costruttivismo”, cioè le domande: cosa e come si nasce? cosa e come si diventa? La Sedgwick «trova un posizionamento problematico – dice Zappino, che a Sassari sta completando il suo dottorato e non è un traduttore professionista, il che rappresenta una felice anomalia – E’ la suggestione della performatività, tra le maglie aperte del pensiero di Foucault».
Non si nasce né si diventa, si performa, si interpreta, si introietta, si riproduce, solo si vive, tutti, “etero” e “gay”, che così diventano appendici di un lessico da reinventare. Così ha provato a sedurci l’autrice americana, scomparsa nel 2009, dopo aver visto svilupparsi un intero filone di ricerca e di pratiche sociali, culturali, artistiche. E questo è il nocciolo del queer. La parola stessa, nata come insulto e rimasta come stigma di bizzarro e di storto – il contrario di straight, che è dritto ed anche etero, ovvio – ha finito per essere adottata come rivendicazione felice, confusa e spiazzante.
«Direi che è stata una forma di resistenza», tentava di spiegare sottovoce la Sedgwick nel 2008, a tanti anni di distanza da quella semina di queer riot. Una semina che sembra continuare a fiorire. Federica Giardini ci ricorda per esempio che «la Sedgwick richiama le riflessioni di Carla Lonzi, la quale si diceva convinta che nel momento in cui le donne riusciranno a sottrarsi definitivamente dalla subalternità, questo causerà forti ‘fluttuazioni’ nel sistema eterosessuale di relazioni. Un’intuizione straordinaria».
«E’ facile collegare queste riflessioni al lavoro di Beatriz Preciado sugli ormoni – continua a riflettere la docente di Filosofia Poliica a Roma 3 – Posso cioè, da femminista, considerare inscindibili sesso e genere, a differenza degli studiosi queer, ma devo ammettere che l’uso ormonale così intensivo ha ormai contaminato il soggetto ‘donna’ non solo nella sua dimensione fisica, ma anche in qualcosa di più profondo. Si prescrive la pillola per esempio nelle pratiche psicoterapeutiche. Cos’è, a questo punto, il corpo ormonale? Di che genere, sesso e sessualità parliamo?».
Sembra un dibattito fantascientifico per il contesto italiano. Dove «si può magari scoprire che Eve Sedgwick rilegge Billy Budd usando una quantità di riferimenti che a noi sono sconosciuti, perché l’unica versione italiana di quel libro è zeppa di passaggi censurati», racconta divertita Silvia Antosa. Eppure, proprio la letteratura come fucina di immaginario permette alla Sedgwick di esplorare Proust, Wilde o Henri James come fabbriche di ruoli, fantasmi, minacce e rivelazioni.
«Se nel mondo anglosassone siamo già alla critica del queer, noi in Italia siamo agli albori – ci racconta Lorenzo Bernini, che a Verona fa ricerche di Filosofia politica su Foucault – Il fatto è che il queer è una specie di ‘significante flessibile’. In altre parole è un concetto aperto, una teoria che si nutre di pratiche politiche. Pensa a cosa significa oggi parlare dell’identità di gay migranti, di sfera dei diritti, di transgender». E aggiunge: «Una folata queer farebbe bene ai nostri studi accademici e anche al movimento gay».
Per Luca Trappolin, sociologo di gay studies all’Università di Padova, quello della Sedgwick è un classico che meritava di essere tradotto: «contribuisce a chiarire i meccanismi del potere, anche quelli più reconditi – dice – Ma è difficile sostenere che sia utilizzabile nella prassi sociale – sottolinea il ricercatore – La stagione delle identity politics, che stiamo attraversando ormai da diversi decenni anche in Italia, tende a fissare le identità, soprattutto quelle gay e lesbiche. Sedgwick ci serve per problematizzare questi temi, ma non molto per ‘comprendere’. Perché per comprendere le politiche identitarie occorre fare riferimento anche alla dimensione materiale dell’esistenza, non solo a quella dell’organizzazione del pensiero».
«Eppure è dalla materialità delle nostre vite – prova a riflettere Zappino – che oggi troviamo tutti i giorni forme distinte e persino alternative ai modelli di comportamento, agli istituti giuridici, alle norme istituzionalizzate. Per questo trovo quel testo così fortemente politico». Come dire: continuiamo ad aspettare le leggi e i riconoscimenti, persino uno straccio di norma contro l’omofobia, nel nostro Paese,  ma le persone, intanto, sperimentano le proprie forme familiari e inventano le proprie reti di protezione.
Dunque, come potremmo leggere oggi Stanze private? Forse bisogna solo ritornare alle parole dell’autrice: «Volevo che questo libro fosse invitante (e anche imperativo) ma non algoritmico», senza sapere cioè se sarebbe rimasto una raffinata ricerca politica e letteraria o se costruisse davvero «la sintassi di un progetto critico più ampio». Ne è convinta Federica Giardini: «Trovo un fatto straordinario la pubblicazione di questo libro, oggi. Perché dà fiato alle possibilità di alleanze tra nuove generazioni femministe e il variegato   ed inedito movimento queer».

lo Straniero

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Una Risposta to “Le stanze private della sessualità”

  1. Porno Says:

    una presentazione dell’edizione italiana del libro avrà luogo a Torino domani con la presenza di chi ha curato la traduzione.

    Maggiori dettagli (e un link alla versione originale completa del libro) li ho indicati qui http://porno.noblogs.org/post/2011/11/07/stanze-private-epistemologia-e-politica-della-sessualita/


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