Le amazzoni russe. Cavallerizze scite

VICENZA – Diceva Natalja Gončarova: «In Occidente esiste una civiltà, in Oriente una cultura». E’ laggiù, nella rotta verso est, che lei cercava «la fonte originaria di tutte le arti, più profonda di tutto ciò che conosce l’Occidente».
Determinate e sovversive, profondamente slavofile, le hanno battezzate “Amazzoni”. O, come ha scritto il poeta cubo-futurista Benedikt Livsic, “cavallerizze scite”. Il loro era un orientalismo vissuto, espresso e rivendicato, che andava di pari passo con l’impegno rivoluzionario.
Sono le pittrici russe che, sull’onda delle avanguardie, si sono imposte sin dagli anni Dieci, sulla scena artistica europea. Protagoniste, non comprimarie, né semplicemente mogli, sorelle e amanti.
Cinque di loro approdano ora a Vicenza, con una ventina di opere, nella mostra di Palazzo Leoni Montanari, Avanguardia russa. Esperienze di un mondo nuovo. Oltre alla Gončarova, Aleksandra Ekster, Ljubov Popova, Olga Rozanova e Varvara Stepanova.
Di loro, gli storici non tracciano mai un profilo di gruppo strutturato, né di corrente, né di genere. Anzi, da questo punto di vista sembrano convivere con i loro colleghi maschi tra complicità umana, impegno politico e originalità espressiva e creativa. Piuttosto prevale, tra artisti uomini e donne,  un senso di ambiguità e di spregiudicatezza nei ruoli e nei gesti, che tanto stride con l’ardore machista del futurismo italiano. Kazimir Malevic, ad esempio, lavorava all’uncinetto, aveva imparato a ricamare con la madre. Lui e Ivan Puni progettavano borsette e pochettes.
Ecco, questo del ricamo, degli oggetti e dei vestiti ritorna nei dipinti soprattutto delle cinque Amazzoni. Disegno di borsetta del 1917 è un progetto di accessorio di Olga Rozanova, che in Autoritratto (1910) la si vede esibire una tradizionalissima accoppiata di cappellino e collana. Varvara Stepanova gioca con un filo di perle in una serie di foto di Rodčenko del 1928.
Vezzi retrò di una generazione di rivoluzionarie, che allo stesso tempo rimuovono il corpo, la sua fisicità e la sua fisiologia in un non-detto e in un’invisibile prurigine. Forse così si spiegano quei corpi squadrati di donne che mettono in scena, nudità-bolidi che – sottolineano maligni i biografi e i critici d’arte – un po’ fotografavano la maggior parte di queste artiste, a parte la sottile Gončarova e la minuta Rozanova.
Il corpo insomma è messo al lavoro con la potenza della bio-meccanica e si nasconde alla carica erotica, che non sia la passione evocata per l’insurrezione sociale. In Donna su bestia (1911) di Natalja Gončarova, entrambe le creature si misurano come avessero accumulato la stessa potenza. Se le linee si fanno sinuose è per sottolineare il ritmo e il movimento, più che per destare incanto, come fa la Ekster per i suoi costumi di danza.  Manipolavano il corpo – anche nel teatro, dove la sperimentazione più ardita era di casa – come una scenografia neutra: Eskter riuscì a de-erotizzare anche  i danzatori che in un balletto del 1925 mandò in scena in costume epidermico.
Nessuna incrinatura sembrò arricciare la solida morale borghese. E’ così che l’idea di “tuta standardizzata” firmata da Stepanova e Popova si trasforma in un pret-à-porter alla moda. Nessuna concessione all’estetica della frivolezza e alle logiche di mercato. Le designer dell’avanguardia puntavano a vestiti che avessero una funzionalità sociale e di igiene personale. Ivanovo, la Manchester russa, era il distretto manifatturiero che sfornava la nuova moda russa e una comunità di uomini liberi e stakanovisti.  Voleva essere un gesto insubordinato e diventò presto l’anestesia brutale del nuovo ordine sovietico. Infagottato il corpo, meccanizzato il portamento, razionalizzato il desiderio, dell’avanguardia non restò che un ricordo ammutolito.

Corriere del Veneto

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