Leoni Montanari, il palazzo delle icone russe

VICENZA – Ama raccontare Giovanni Bazoli di essere tra i pochi in Occidente che hanno potuto incontrare Alessio II, il potente patriarca russo scomparso nel 2008. Onore guadagnato sul campo, dice il presidente di Intesa San Paolo, «per il fatto di aver salvato dalla dispersione un patrimonio unico ed inestimabile, non solo dal punto di vista storico-artistico, ma anche religioso». Questo è il valore delle icone russe comprate nelle aste, fin dalla metà degli anni ’90, dal gruppo bancario italiano.
La collezione è considerata la più importante in Occidente. Sono 400 i pezzi archiviati, di cui 130 in mostra permanente a Palazzo Leoni Montanari di Vicenza. Edificio che, assieme a Palazzo Zevallos Stigliano di Napoli e “Piazza Scala” a Milano, è uno dei poli museali del Gruppo, che preferisce chiamarli “Gallerie d’Italia”.
La collezione di icone nella sede vicentina è originale tanto quanto il palazzo, puro stile barocco, nel centro storico di una città così segnata dal rigore classicista di Palladio. Evidentemente, Giovanni Leoni Montanari, nel 1678, non voleva far passare inosservata la sua dimora, che era anche laboratorio di filatura della seta. Si occupava infatti di tessuti e aveva accumulato una fortuna. L’imponenza e l’originalità dell’edificio dovevano colpire soprattutto i ceti nobiliari, che erano reticenti ad accettare lo status acquisito da questa famiglia di commercianti. Con il tempo, anche quattordici tele di Pietro Longhi hanno arricchito gli interni, che già impressionano il visitatore per la ricchezza di decori e di rimandi classici.
Dunque, in un ambiente simile ha preso casa il patrimonio di icone russe, che a sua volta proveranno a dialogare con le opere dell’Avanguardia, nell’esposizione che si sta aprendo. Perché le icone, comunque, rappresentano la matrice, originalissima, dell’arte ad Oriente, che «ha resistito e poi convissuto – come ha spiegato uno dei curatori dell’esposizione, Giuseppe Barbieri – con il carattere laico della pittura moderna europea».
La nuova San Pietroburgo e il fascino modernizzatore dell’Occidente avevano spinto i pittori ad usare tele dipinte ad olio per le decorazioni delle chiese. Eppure le icone, l’arte della tempera sulle tavole di legno, l’oggetto sacro ricchissimo di segni e colori preziosi, rimarranno come fonte ed impronta con cui tutti gli artisti russi si misureranno, comprese le Avanguardie, appunto, dei primi decenni del Novecento.
E’ soprattutto dalle viscere della Russia, dall’immenso mondo rurale della provincia, che con più forza la trazione iconica ha resistito. I cosiddetti “vecchi credenti” rifiutarono le riforme liturgiche e la modernizzazione dell’arte sacra. Da qui la produzione di icone chiamate “tardive”, di cui Palazzo Leoni Montanari vanta un buon numero, ritrovate e comprate nei fondi di aste londinesi. E non è un caso che i prestatori delle opere dell’Avanguardia risiedano proprio fuori dai grandi centri metropolitani, dunque i musei d’arte e di Storia delle città di Ivanovo, di Kostroma, di Tula e di Yaroslavl.  Visto dalle campagne russe, sarà forse più facile decifrare lo strano dialogo tra icone ed avanguardie.

Corriere del Veneto

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