L’antiruggine di Mario Brunello

Prova degli accordi. Si guarda intorno. Il suo Maggini del Seicento ben stretto. Alcuni accordi ancora. Incredulo. Per uno strano caso, tutto sembra perfetto, in quella vecchia officina meccanica, con le parenti unte di ferro, avvampate di ruggine, sbattute da una coltre di olio e grasso nero. Alza lo sguardo verso il soffitto, Mario Brunello.
Lui, il migliore violoncellista italiano, così lo considerano tutti, mai avrebbe pensato che il suo sogno bislacco avesse pure un’ottima acustica. «Forse è il soffitto a volta, forse le dimensioni ben proporzionate. Il suono mi è parso subito eccezionale. E’ gonfio ed intenso. E’ come avere le cuffie», racconta.
Lo affitta senza pensarci troppo. Ripulito, imbiancato, i suoi impianti elettrici rimessi a norma. “Antiruggine”, deve chiamarsi. Così, una sera di primavera di quasi cinque anni fa, giusto un po’ fuori dal centro di Castelfranco, in via Borgo Treviso, apre le porte il capannone di Mario Brunello.  Innanzitutto senza il palcoscenico. Per togliere ingombri e potere tra artisti e pubblico.
Ci passano Vinicio Capossela e Marco Paolini. Lo Stabat Mater di Arvo Part e il Duduk in legno di albicocco, il fiato armeno di Gevorg Dabagyan. E, ancora, la Libera Cantoria Pisani di Lonigo che va a cantare in Islanda e Marco Segato ne fa un film. La voce dal Togo di Arsene Duevi. Almeno 150 eventi, da quella sera di primavera del 2007. A dosaggi variabili, è la vera pozione di antiruggine per immaginari un po’ corrosi.  «Chiedo al pubblico di non venire ad assistere ad un’esibizione, ad un concerto, ad una mostra. No, vengono tutti per ascoltare un racconto», dice.
Quella di Brunello e di sua moglie Arianna è una sorta di atto d’amore. «E’ stata una reazione di fronte ai capannoni vuoti, quelli che si sono mangiati la terra, le case, le siepi – raccolta il musicista – Ma è stato soprattutto il desiderio di restituire alla mia città qualcosa di utile. Mi sono nutrito di questa terra. E credo che ciascuno di noi, dal farmacista all’imprenditore, dovrebbe ridare qualcosa, sì, gratuitamente».
Qui c’è il Veneto profondo. Quello «con la doppia anima – continua l’artista di Castelfranco – Il Veneto che convive ogni giorno con tutte le diversità e che poi si fa sedurre dal lato banale della paura, le tradizioni inventate, le piccole sagre politiche».
Così, Antiruggine vuole essere solo un’iniziativa privata, nel senso di gesto intimo. Le istituzioni stanno un passo indietro, osservano, un po’ perplesse, un po’ curiose questo esperimento. Nessuna sovvenzione, né richiesta né data. Forse ora qualche idea in comune. Ma sembra una di quelle esperienze da lasciare inclinata fuori dall’ordinario. D’altra parte, Brunello è quello che dal ’95 sale sui rifugi alpini, da solo o con 24 violoncellisti, a suonare Bach per il pubblico seduto sul prato. Là, tra le Dolomiti. «Guardo quegli abeti enormi. Allora penso che il violoncello è il suono degli alberi. E questo mi commuove».

Corriere del Veneto/Nuovi Veneti

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