culture, società

Trina, Moulaye, Dauda. Le perle dei neo veneziani

VENEZIA – Racconta Trina che questo era un lavoro riservato alle donne. Veneziane povere lavoravano per ore “a lume” le canne di vetro. Dice ancora Trina che furono i tedeschi ad inaugurare lo stile botanico, riproducendo fiori o uccelli. «Oggi sono gli americani che fanno gran produzioni, poca tecnica e tanto business  – aggiunge con ironia e alzando gli occhi al cielo – Stare a Venezia mi ha salvata».
Trina Tygrett è di Cincinnati. E’ una di quegli “stranieri” che armeggiano con maestria i lavori della vera tradizione veneziana.  In questo caso, perleri. Ne abbiamo incontrati alcuni. Tutti dicono di aver dovuto vincere prima di tutto la diffidenza dei maestri locali e poi, spesso, quella dei vicini di casa che li guardavano sospettosi.
La incontriamo nel suo atelier-boutique, nella calle che dall’Accademia porta alla Salute. Trina? «E’ in una canzone di Joni Mitchell. Mia mamma era un po’ hippy nei Settanta». Destino segnato: nel testo si dice che Trina indossa una collana india di perle. A 19 anni la nostra viaggia in laguna, si innamora di Giorgio e finisce l’Accademia di Belle Arti. Si innamora anche delle perle: «la famiglia di mio marito è di vetrai, il che mi ha aiutato a farmi accettare in un ambiente che non è proprio facile», dice.
La lavorazione delle perle è uno di quei mestieri, tra artigianato ed arte, che per generazioni se lo sono tramandati di padre in figlio. Al Museo del vetro raccontano che il primo documento risale al 1338. Era una spedizione in barile di paternostri, cioè grani di vetro per le corone del rosario.
La Confartigianato calcola in 150 le aziende del settore, 60 delle quali si occupano solo di vetro a lume.  Il loro fatturato si aggira sui 6 milioni di euro. Chi fa perle sono singoli artigiani, ma pure aziende con dieci dipendenti. Il fatto è che la quantità di vetro che inonda le calli sbuca a frotte e patacche dagli angoli di mondo globalizzato e truffaldino.
Non avendo il peso della tradizione alle spalle, questi “nuovi veneziani” aggiungono azzardi di stili, colori, forme. Trina per i suoi gioielli innesta strati di foglie argentate e dorate con reti metalliche, fili di seta e cashemire. Moulaye, invece, ci mette le sue visioni d’Africa.
Moulaye Niang è di Dakar. Muranero si fa chiamare. E così ha chiamato la sua boutique a Castello, zona Bragola, che gestisce assieme a Manuela Chimelton, che pure è sud-tirolese.  «Le murrine, ad esempio, non le taglio, ma ci lavoro sopra – spiega – E poi cerco di ricreare i tramonti, il rosso della terra, i toni gridati dei mercati africani». Moulaye ci racconta dei fabbricanti di perle di vetro, ormai scomparsi in Senegal, ma molto famosi in Mali e in Ghana. «Mi piacerebbe sperimentare qualcosa con loro», dice.
Senegalese è pure Dauda Gueye. Da tre anni ha il suo laboratorio in Calle Larga dei Bari, vicino a Campo Nazario Sauro. E’ di poche parole e molto cerimonioso con i suoi clienti. «Certo, qui non arrivano le signore che vanno a Rialto o a San Marco. I miei clienti hanno meno soldi, ma sono curiosi e hanno meno fretta. E comunque non mi potrei permettere un affitto da quelle parti».
La città è così. Per di più, ci racconta Gianni De Checchi, «il marchio regionale protegge solo i lavori fatti a Murano, e lascia scoperto chi sta fuori dall’isola, anche se si fanno pezzi bellissimi». Così, aggiunge il direttore di Confartigianato,«dovremo farci carico di questo problema quanto prima».
Ma come reagiscono i veneziani di fronte a questi foresti che fanno i lavori dei loro nonni? Tutti concordano che sia una città chiusa e difficile. Per Muriel Besasi «è anche comprensibile, perché tutti ne sfruttano l’immagine, il patrimonio, la storia. Devono pure difendersi. Ma quando hai conquistato la loro fiducia,  ti danno affetto. E sono fedeli».
Muriel ha lasciato Parigi tre anni fa. Cambiato vita, girato pagina. Il suo atelier è ai piedi del ponte che sta di fronte alla Basilica di San Giorgio degli Schiavoni. Lo divide con un’altra francese, Dominique Brunet, che confeziona corsetti incredibili. Dalle perle di Muriel escono i fondali bluastri della laguna, petali di fiori di loto, cuori rosso fuoco,  micro-disegni e sfumature che le permette la lavorazione a ossigeno. «Mi incanta il vetro. Si lascia manipolare dal fuoco e si fonde sensuale seguendo i gesti del tuo corpo».
Ognuno ha i suoi aneddoti. In tutti, la sensazione di una fatica doppia, per essere straniero, e in questo caso donna o di colore. E di aver bussato mille porte. «Ma bisogna sempre bussare molte volte – dice Daouda – perché qualcuno ti apra».

Corriere del Veneto

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2 thoughts on “Trina, Moulaye, Dauda. Le perle dei neo veneziani

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