“Code:Red”, lavoratrici del sesso sbarcano alla Biennale

febbraio 8, 2012

Un’onda rossa si muove tra le calli di Venezia. Rose, megafoni e cartelli, “Stop the war to whores”, fermate la guerra alle puttane. Loro, le sex-workers: ognuna ha un ombrello rosso in mano. E’ il giugno 2001, Biennale d’arte di Venezia n.49. Il corteo sigla la conclusione non solo del “Primo congresso internazionale delle lavoratrici del sesso”, ma anche del primo di una lunga serie di eventi in tutto il mondo.
Il Parasite Institute di Lubiana pubblica ora il catalogo Code:Red, curato da Tadej Pogacar (pagg.220, euro 30), dieci anni dopo quell’esperienza, tanto è il tempo passato a mescolare attivismo creativo e pratiche di libertà. Presentato in questi giorni all’A+A, il Centro espositivo sloveno di Venezia, il volume raccoglie le tappe e le riflessioni di questo viaggio, da Skopje a New York, da Sao Paulo a Mosca, Tirana ed Amsterdam.
«Gli ombrelli rossi di quella Biennale sono diventati davvero il simbolo libertario delle sex-workers – ci racconta Pia Covre, del Comitato diritti civili delle prostitute, che di quel progetto è stato partner chiave – Alcuni gruppi Usa mi hanno chiesto se è un marchio registrato. Copyleft, ho risposto. La libertà deve girare e anche i suoi simboli».
Il primo maggio del 2002, ad esempio, Code:Red sfila a New York con un paio di scarpe dorate, trascinate per un filo a Times Square. Nel 2004 a Madrid il gruppo Hetaira è di fronte al Municipio, dopo l’ennesima retata della polizia, ognuna indossa una maschera così creativa da far invidia ai migliori designer. Nel 2007 alla Biennale di Sao Paulo, le donne del brand PU (come putas) inscenano una sfilata di moda, e nessuno può dire chi di loro si prostituisce e chi no. Due anni prima, a Bruxelles, 120 sex-workers di 26 Paesi firmano un manifesto europeo sui diritti delle prostitute, che in realtà è una mappa di diritti civili e sociali per tutti.
Code:Red era iniziato come proposta d’arte del padiglione sloveno, per quella Biennale che apriva il decennio del turbo-capitalismo. Quella crew bizzarra di curatori e prostitute, filosofi ed artisti, capitanata da Tadej Pogacar, già ragionava sul delirio finanziario e sulle possibilità sovversive delle economie parassitarie. Quelle cioè che crescono come muffe e virosi, economie parallele ed informali, che sfuggono al controllo del sistema o ne sono previste, alla Matrix, per il suo funzionamento. Non tanto i residui compassionevoli che precipitano sugli strati lumpen, ma presenze attive, (quasi) coscienti di essere anticorpi o di poterlo diventare.
Code: Red ha parlato in questi anni dei sommovimenti nelle strade, dove i corpi indisciplinati del sex-work erano stretti tra ordinanze per il decoro e folate migratorie e transgender, rastrellamenti e progetti di zoning. Negli anni che da noi hanno avuto l’allure volgare del berlusconismo, le prostitute sembravano solo escort o cortigiane, quando entravano nel portone di Palazzo. Anche se poi ridiventavano scarti urbani, da gettare in pasto ad un’opinione pubblica sedata e morbosa, quando si trascinavano con i tacchi rotti nelle strade dei suburbi.
La prostituzione si è incagliata nella critica femminista che la vedeva solo come nervatura del comando maschile. Ma è emersa, anche grazie ad esperienze del tipo Code:Red, come un’opzione pragmatica ed irriverente della libertà di scelta e del valore d’uso del proprio corpo.  La parola ‘sex-work’ ha svelato il suo ossimoro, anestetizzato dal politicamente corretto liberale, la corda tesa tra il piacere del sesso e la costrizione del lavoro. Fino alle forme servili e di neo-schiavitù del lavoro, compreso il traffico globale di esseri umani, di cui la prostituzione è realtà e metafora. «Così non abbiamo visto abbastanza le tante sfumature che quell’esperienza contiene, tante quante le biografie di ciascuna persona coinvolta», sottolinea la ricercatrice Mojka Pajnik. Ed è grazie, per esempio, alla ferramenta degli sguardi queer e post-coloniali che possiamo ora tentare di stirare le tante pieghe di generi, sessi, origini, classi, desideri individuali e sociali sottesi.
Oggi, che siamo in piena austerità, torna la sindrome del loden verde e delle spille floreali su sobri tailleurs. Coliche di moralismo interpretate da donne e uomini spicci e concreti, quasi tutti di classi alte e politecniche, in questo cambio di scena suggeriscono pure una disciplina iconografica, compresi i menu ed i ruoli del focolare domestico, a cominciare dalle cene di Natale nei palazzi del potere.
Per questo, sfogliare Code:Red  sembra un invito a non dimenticare la possibilità di un’estetica e di un’etica di un riot silenzioso ed irriverente, proprio come quegli ombrelli rossi in Riva degli Schiavoni.

il Manifesto

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Una Risposta to ““Code:Red”, lavoratrici del sesso sbarcano alla Biennale”

  1. pia Says:

    bellissimo pezzo!


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