Mitoraj

febbraio 22, 2012

VENEZIA – Ieri sera al Teatro la Fenice ha consegnato il premio per il tradizionale Ballo della Cavalchina a José Carreras. Qualche ora prima, sempre a Venezia, alla Galleria Contini di via XXII Marzo, Igor Mitoraj scuote la testa, lasciando sbuffare le nuvole del suo sigaro. «Adoro quel tenore e per questo ho accettato. Ma non sono da mondanità – sussurra – Passo molto tempo solo, ne sento proprio la necessità. E passo tante ore con le maestranze. E’ raro che accetti inviti così».
Mitoraj è uno dei più grandi scultori a livello internazionale. Le sue opere in marmo, spesso di grandi dimensioni, evocano il mondo ellenico, perché – dice – «è la culla della nostra civiltà. Là noi abbiamo ereditato tutto ciò che conosciamo. Io ne utilizzo lo spirito, non l’estetica».
Classe 1944, polacco di origine e italiano di adozione, vive tra la Provenza e Pietrasanta. Allievo di Tadeusz Kantor, riuscì a raggiungere Parigi nel 1968 e a completare i suoi studi. «Allora non immaginavo di diventare uno scultore. Pensavo alla regia, poi alla pittura. Ma quando sono sceso in treno in Italia e dal finestrino ho visto le mareggiate che sbattevano sulle pareti di marmo a picco nell’acqua, me ne sono innamorato. Mi sono immerso nella scultura, ho imparato dagli operai del posto. Era difficile, dovevo ammaestrare il marmo e lasciarmi sedurre».
Igor Mitoraj taglia busti e volti, ma soprattutto corpi rotti, i pezzi perduti nel tempo: «Le fratture di quei corpi sono trappole visive che faccio a me e agli altri. Lascio libero chi guarda ad immaginare cosa manca. Mi interessa attivare l’archeologia della memoria».
Gli enormi dettagli sensuali, come quella Bocca bianca, che accoglie i visitatori al piano terra della Galleria, sono la sua firma. Lui sorride e parla di «atto d’amore, sono le mie pulsioni sublimate». E se gli si fa notare che c’è un universo tutto maschile nelle sue creazioni, Mitoraj si ferma un attimo e si fa più serio: «Per me la bellezza virile sono uomini feriti, dolenti. Non mi sono mai piaciuti i vincitori».
Proviamo ad insistere. Non teme, il maestro, che la sua ispirazione ellenica sia vista come nostalgica, passatista? «Nostalgica sì, e pure contro-corrente – dice secco – Il fatto è che in molta arte contemporanea non c’è proprio emozione. Sarà che io non lavoro per concetti, ma per atmosfere. E per vertigini».
A Venezia Mitoraj è di casa. Stefano Contini ci racconta che si sono conosciuti «a Castel Sant’Angelo, correva l’anno ‘84, uno smontava e l’altro montava mostre differenti. Ma non abbiamo cominciato a lavorare subito, solo quindici anni fa. Ed è stato straordinario». Una prima esposizione a Forte dei Marmi, poi a Cortina con le sculture monumentali lungo il Corso. Nel 2005 lo sbarco a Venezia, con opere disseminate in città e una che affiorava dall’acqua di fronte a Ca’ Pesaro. «Solo all’aeroporto abbiamo dovuto toglierle – racconta lo scultore divertito – Al direttore non piacevano le mie sculture di Icaro nudo. Gli ho detto: potrei pensare a delle mutande. Niente. E’ stato irremovibile».
Resta il fatto che Venezia sta scommettendo molto sull’arte contemporanea. Operazione non sempre facile per una città così carica di storia. «Il problema è aprirsi – ci dice Miroraj, che un po’ si arrabbia –  Bisogna re-imparare a vivere nel proprio tempo. Firenze, per esempio,  è una città chiusa,. E’ come se avesse dimenticato che sotto i Medici la città viveva con gli artisti dell’epoca, non con antiquariato e passato. Vivevano il presente, per questo è magnifica ancora oggi»
Ma qui a Venezia, c’è un altro posto dove Mitoraj si immagina una sua opera? Lui ci pensa. Silenzio, si prende un po’ di tempo: «Le Fondamenta Nuove, di fronte all’acqua, con sul fondo le isole, quel luogo sempre battuto dal vento».

Il Corriere del Veneto

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