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Il nuovo giardino di Peggy

VENEZIA – Sembra persino più grande e luminoso il giardino di Peggy. Due tigli americani, per ora gracili, hanno sostituito quelli grandi e ormai malati terminali. Un yellow wood riempirà l’aria di fiori gialli. Alla Collezione Guggenheim di Venezia il restyling è completato. Non solo il Giardino di sculture Nasher, dove spunta un nuovo piccolo sentiero, ma anche all’interno del Palazzo. I pavimenti di mosaico veneziano ripuliti, gli impianti nuovi di zecca: il terzo stralcio di interventi straordinari ha rimesso a nuovo pure Venier dei Leoni.
Così, la fine lavori sarà celebrata con una festa per la città, che dalle 17 alle 20 di domani è invitata ad entrare gratuitamente. Per l’occasione si inaugura Arte europea, 1949-1979. Sono i trent’anni passati nel vecchio continente dalla mecenate, «non una mostra inedita, ma un nuovo allestimento della collezione – sottolinea il direttore Philip Rylands, che se n’è preso cura – Sono opere esposte poche volte, alcune inedite e per metà donazioni arrivate dopo la scomparsa di Peggy».
Danno il benvenuto ai visitatori una scultura di Alberto Giacometti e un dipinto butterato di Lucio Fontana, Concetto spaziale, firmato nel 1955 e arrivato alla Collezione l’anno scorso, grazie alla Fondazione Araldi Guinetti. «Il fatto è – aggiunge Rylands – che ricevere una donazione è un piacere ed un obbligo. Si accetta solo se si sa che si potrà esporre. Altrimenti è meglio rifiutarla».
Negli ultimi tempi ne sono arrivate ad un ritmo di almeno quattro o cinque l’anno. E sono proprio le opere donate il baricentro della nuova esposizione. Quasi metà delle sessanta in mostra. Generosi anche i veneziani.  Enrico e Fiorella Chiari sono stati i primi. Giorgio Bellavitis ha ceduto nove opere di Tancredi, di cui era amico di famiglia. «La nipote di Mirko ci ha permesso persino di scegliere – sorride Rylands – Ecco il bozzetto per i cancelli delle Fosse Ardeatine di Roma, un’opera molto intesa. E poi Insetto fiore del ‘48, quasi una materializzazione di quella visione».
Il direttore ha confezionato un vero percorso di immagini: «un piacere per gli occhi, non tanto un marchingegno di storia o di critica d’arte». Le prime tre sale tutte italiane. Con due Vedova che si guardano, uno del 1951, «che può essere considerata la prima opera in cui il pittore ha trovato un suo stile maturo» e uno degli ultimi Monotipi, realizzato già in vecchiaia.
E poi Bacci, Pizzinato, Santomaso: di quest’ultimo è una delle Lettere a Palladio, donata alla Guggenheim dalla figlia del pittore. «Nel 1948 Peggy compra un’opera di Pizzinato esposta alla Biennale – ci racconta Rylands – Lei la invia al Moma di New York, così l’artista decide di regalarle un quadro quasi gemello. Che esponiamo ora».
Da uno spazio all’altro si susseguono grandi scene di colori, come un gioco di visioni cromatiche. Nella sala degli inglesi, ecco il verde folgorante di Graham Sutherland, quello dei paesaggi gallesi, «lo stesso usato dall’artista per il grande arazzo di Cristo in Gloria della metà dei ‘60». Quello esposto, Forma organica, porta curiosamente due date, 1962 e 1968, perché come ci spiega Rylands «Peggy ne aveva una versione più piccola e poi l’artista l’ha rifatto più grande».
Le opere informali di Bice Lazzari affiancano la scultura di proiettili di Alberto Guzman e i decoupage di Gwyther Irwin. E così si arriva alle virate optical di Franco Costalonga e alle sculture murali di Mack, i chiodi rotanti di Uecker, fino alla Sfera n.4 di Arnaldo Pomodoro. C’è anche, di Gastone Novelli, una recente acquisizione. Titolo ineffabile: Una delle sale del museo. E’ del 1960.
E, visto che al centro di questa nuova esposizione è il mondo di chi sostiene e adora la Guggenheim, l’ultima sala ha, come artista ospite, una di loro. E’ Marion Taylor.  Moglie di un ambasciatore, quest’americana sempre in viaggio, scomparsa nel 2010, era anche un’eclettica pittrice, ispirata al cubismo e all’espressionismo. Il suo lascito, ora, è diventato un omaggio dedicato a lei.

Il Corriere del Veneto

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