Klimt il veneziano

marzo 24, 2012

VENEZIA – «Resta senza fiato, dentro la Basilica di San Marco. Nella semi-oscurità gli appare, dirà, una sorta di scroscio dorato. Mai ha visto mosaici tanto spettacolari. Senza quella visione, non conosceremo il suo ‘periodo d’oro’, né ovviamente le sue Giuditte». Alfred Weidinger presenta, nelle sale del Museo Correr, Gustav Klimt. «Perché in questa città – continua il curatore, tra i massimi conoscitori dell’artista austriaco – ci sono le sue fonti di ispirazione più ricche».
E Venezia lo celebra, ora, per i 150 anni dalla nascita, esponendo «la seconda collezione più grande al mondo delle sue opere e molte inedite per il pubblico italiano», come precisa Agnes Husslein-Arco, direttrice del Belvedere di Vienna. Lei e Gabriella Belli – che a sua volta è al timone della Fondazione Musei Civici veneziani – si sono occupate della direzione artistica di questo Klimt nel segno di Hoffmann e della Secessione, uno degli eventi d’arte più importanti a livello internazionale. Ideata dalle due Fondazioni e prodotta dal ‘Gruppo 24Ore’ e ‘Arthemisia’, con Antonveneta come sponsor, l’esposizione resterà aperta fino all’8 luglio.
Dunque, Venezia. «Klimt ci arriva il 2 maggio 1899 – racconta Alfred Weidinger –  Lo invita Alma Schindler, che qui ha una casa. Lei viaggia assieme al suo patrigno e ad altri artisti. Ma Gustav è speciale. I due hanno una relazione», che qui si infiamma e qui finisce. Almeno questo ci è dato conoscere.
Undici anni dopo, Klimt ritorna in laguna. Ospite della IX Biennale d’arte. Espone all’interno dei Giardini. Sala 10. La sua Salomé fa scalpore. «Si dice che il pubblico e la critica non fossero preparati ad una cosa simile, di totale originalità. Secondo le cronache, molti ridacchiavano – spiega Gabriella Belli – Ma la Biennale la compra per la Galleria di Ca’ Pesaro, sfidando lo scandalo. Una scelta di grande lungimiranza».
Ed eccola, dunque. Conosciuta come Giuditta II, il volto lascivo e severo, proteso in avanti, il seno nudo, le mani che avvinghiano i capelli di una testa mozza. La si può ammirare al Correr vicina all’altra Giuditta, del 1901: ancora una bellezza dura, la bocca leggermente aperta, le labbra rosse, il sorriso fiero, carica di gioielli, e la mano che tiene ferma la testa del generale assiro Oloferne.
Due eroine decadenti, immerse in una visione d’oro, si prendono il centro di questa esposizione, che raccoglie quasi un centinaio di opere, un terzo delle quali firmate da Klimt. Le altre – tra disegni, schizzi, quaderni, gioielli, modelli, oggetti – sono dei suoi compagni di viaggio, dentro la burrasca tra i due secoli, che mette a soqquadro il manierismo delle accademie e sente salire la febbre nella società. Secessione, infatti, è la parola d’ordine. Per tentare di percorrere altre strade. A cominciare dall’idea di arte totale di Josef Hoffmann, l’architetto che con Klimt condivide clienti ed amici, ma soprattutto idee e ricerche. Dei due si può cogliere, nell’esposizione, la complicità che annoda dipinti, gemelli e spille, tappeti, design, edifici, allestimenti.
Bisogna tornare all’ingresso. Le opere giovani, gli anni ’80 dell’Ottocento. Un Klimt ventenne, che cerca la sua cifra stilistica, assieme al fratello Ernst o Franz Matsch. Ritratti, nudi, studi di volti, gli schizzi sognanti in pastello e matita per la Sala da pranzo di Palazzo Dumba. E poi intrecci di colori e collage.
Fino ai grandi pannelli del Fregio di Beethoven che copre tre pareti. Un impatto visivo che moltiplica la sequenza di scene. Il cavaliere armato di spada, tutto d’oro, l’umanità nuda che lo sprona, le spinte dell’ottusità e il ritorno da eroe vincitore, annunciato da un coro angelico e sigillato dall’abbraccio dei due amanti. Quell’omaggio alla Nona Sinfonia, del 1902, è un’opera monumentale, in cui convergono oltre ad Hoffmann, altri artisti – presenti nelle sale del Correr – come Jan Toorop, Ernst Stoehr, Fernand Khnopff.
Ma c’è un’ultima sorpresa, la tela che chiude la mostra. Girasole, del 1907, che quasi sembra un ritratto, malinconico e rassegnato. «E’ l’ultima acquisizione del Belvedere. Ci è arrivato dieci giorni fa e abbiamo fatto di tutto per portarla a Venezia», spiega Husslein-Arco. Chiamata in causa per autorevolezza, Gabriella Belli ricorda che «questa mostra l’abbiamo decisa il 20 dicembre scorso. Chi l’avrebbe detto. Credo che la formula giusta sia questo modello tra fondazioni, sponsor e produttori. E un assetto di lavoro nuovo ai Musei Civici, più di equipe e con obiettivi più chiari». E questo il suo esordio veneziano.

Corriere del Veneto

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: