Chi è Iris Rojas? L’amante dei fascisti

aprile 7, 2012

Iris Rojas è la moglie di un capitano dell’esercito cileno, inviato a Panama ad addestrarsi. Lei vive al nord, in un luogo arido ed abbandonato e si sta preparando per la visita ufficiale del signor Espina, l’uomo che ha liberato il Paese dal marxismo.  Iris Rojas è la sua amante. E lui forse è il padre del figlio omosessuale.
Il monologo di Iris Rojas è perturbante, crudele, spietato, penoso, sarcastico. E’ L’amante fascista,  l’opera teatrale che ha conquistato il Cile con un successo di massa. Dall’esordio a fine 2010, nella Mostra Nazionale di Drammaturgia, la gente continua ad affollare le sale, resta in religioso silenzio, rapita, ed esce triste e galvanizzata.
Tutti si ricordano di Espina, il personaggio di uno sketch televisivo, Oficinita, che andava in onda durante la dittatura. Espina era un tipo servile, che manteneva l’ordine, cinico  e  prepotente,  così che per i cileni non era difficile associarlo al Generale.
Impeccabile costruzione narrativa di Alejandro Moreno e diretta da Victor Carrasco, L’amante fascista vede in scena (oltre a Juan Pablo Rahal, figura fantasmatica del figlio) un’ipnotica Paulina Urrutia. La sua voce come una tempesta, il suo corpo teso fino allo spasimo, la vertiginosa ambiguità del male che incarna, Urrutia tocca le corde profonde di tutto quello che è successo dopo quel maledetto 11 settembre 1973, il cui fantasma sembra aver impregnato ogni cosa e di cui nessuno sa come disfarsi. Un’interpretazione che qui si è guadagnata il massimo dei riconoscimenti per un attore, il premio Altazor 2011.
Quarantatré anni, considerata una delle migliori attrici cilene, Paulina Urrutia è regista e docente universitaria. E’ stata a capo del Sindacato Attori e poi Ministra della Cultura dal 2006 al 2010, con la presidenza di Michelle Bachelet.
L’abbiamo incontrata alla fine del Festival ‘Santiago a Mil’, diventato ormai uno degli appuntamenti teatrali più importanti a livello internazionale. Ha proposto di vederci al Café Mediterráneo, un posto insolito per questo tipo di incontri. Ma Paulina Urrutia ha scelto di stare un po’ lontana dalla stampa e dal mondo del cinema o della televisione. Si è vista solo a teatro e ha rilasciato pochissime interviste, da quando ha lasciato il suo incarico ministeriale. La sua voce impressiona, i cambi di tono e le oscillazioni sembrano quasi un mulinello di vento che girando forma figure che svaniscono presto e ne formano altre.
Com’è stato il rientro in scena con un’opera così politica?
Quello che mi piace di quest’opera è che utilizza un linguaggio in carne viva, mentre durante la dittatura il teatro politico era metaforico, criptico, come potete immaginare.  E se torno indietro con i ricordi… Quando mi chiamarono per l’incarico di Ministra, pensai che l’avrei fatto solo per un periodo. Ricordo che dopo due anni e mezzo, un giorno andai a trovare un amico e mi misi a piangere sconsolata, dicendogli che avevo paura di non tornare più a recitare. Lui cercava di calmarmi, mentre io gli aumentavo il martirio… Mi sentivo persa, e lui un po’ ridendosela mi tranquillizzava, dicendo che era impossibile, che recitare era qualcosa di profondamente radicato in me. Seppe dirmelo in un modo tale, che ci trovai un senso.
Una volta tu hai detto di «non essere fatta per i monologhi». Cosa ti ha convinto ad accettare?
La verità è che mi risulta insostenibile la sensazione che il pubblico debba sopportare una persona che parla da sola anche per più di un’ora, la sola idea mi terrorizza. Mi piace la sensazione dell’equipe che si incontra sopra il palcoscenico.
Victor Carrasco è stato molto intelligente. Era da tempo che non lavoravamo assieme, avevamo litigato e ora ci incontravamo di nuovo. Doveva essere un’opera con più personaggi, ma quando ci siamo riuniti per cominciare le prove, mi hanno passato un testo nuovo che Alejandro Moreno aveva scritto ed era un monologo. Il regista, furbo, forse immaginando che avrei rifiutato, con cautela mi disse che in scena ci sarebbero stati altri attori. Così, per un mese e mezzo, mi dava sempre da intendere che stavamo lavorando separatamente con il mio personaggio. E di questo ne sono stata convinta fino all’ultimo, sperando che ad un certo punto sarebbero apparsi gli altri… [ride] Provavamo diverse soluzioni e alla fine in una scena leggo e dò voce a personaggi differenti.
Il Cile sta vivendo uno dei movimenti sociali più importanti, quello studentesco. Secondo te, cosa ne sarà di questo movimento?
Io spero che riesca a dare una svolta. Abbiamo molte possibilità, come Paese, di vivere in modo più equo. Quello che desidero è che si produca un maggior equilibrio di opportunità, migliori condizioni di vita, la casa, la salute e il lavoro precario. Oggi, possiamo solo vantare che nel 60-70% delle famiglie c’è qualcuno che per la prima volta va all’Università. Certo, quello che sta succedendo in tante parti del mondo, doveva succedere anche qui in Cile. Ed è grazie ai giovani, perché loro stanno chiedendo, ormai senza avere paura, la possibilità di vivere in un altro modo, insieme. E di lavorare per vivere, non vivere per lavorare… Questo è il vero scontro: è un cambio di valori, di epoca.
Tu credi che questo movimento cambierà la politica cilena?
C’è una gran maggioranza che appoggia questo cambio, perché non porta da nessuna parte un sistema che ha solo generato ingiustizie irreparabili, tanta iniquità e poche garanzie in tutti i settori. Però, non si può caricare sugli studenti una responsabilità simile, fingendo che saranno loro da soli a cambiare le cose.
Di fronte alla forza del movimento studentesco, il Presidente di destra Piñera ha dovuto cambiare tre Ministri dell’educazione. L’ultimo ha proposto di sostituire nei libri di testo la parola ‘dittatura’ con ‘regime militare’.
Per fortuna non ci sono riusciti, perché scoppiò uno scandalo… Che vergogna! veramente patetico. E’ ignobile che a questa altezza non ci sia la libertà di chiamare per nome quello che è successo in tutti quegli anni, quando abbiamo dovuto sopportare la menzogna e la negazione.
Tutti sappiamo che ci fu un golpe, che ci fu dittatura, esiliati, prigionieri e fucilati, che ci fu terrorismo di Stato. E ora nessuno può dire: «Ah, io non ci credo». Perché in Cile c’è chi ancora commenta apertamente che fu qualcosa di necessario e che non fu così spaventoso. Qualche settimana fa il sindaco di Providencia [uno dei comuni più importanti di Santiago ndr], Cristian Labbé, ha celebrato un omaggio a Miguel Krasnoff, un ex-agente della DINA [la polizia segreta del regime ndr], uno che ha avuto più di cento anni di condanna per violazione dei diritti umani. Lo stesso sindaco Labbé lavorava nell’intelligence e ora sta al potere eletto democraticamente grazie a questo ‘favoloso’ sistema binominale che ci hanno trapiantato…. Un sindaco che continua a perseguitare gli studenti che hanno partecipato alle marce, impedendo loro di immatricolarsi nel suo Comune.
Questa gente morirà dentro la propria colpa, e intanto la reprime con un’aggressione ancora più grande. E’ gente violenta, è gente che semplicemente ha ucciso altre persone perché la pensavano in modo diverso. E il peggio è che continuiamo a viverci accanto. Dunque, preferisco sapere con chi posso continuare a dialogare.
Anche l’attuale Ministro della cultura è un attore, ma il mondo culturale ha avuto una reazione di rifiuto. Nella sua prima apparizione pubblica, alla Mostra Nazionale di Drammaturgia quasi gli fu impossibile parlare. E alcuni giorni dopo, la tua opera fu un successo, la tua interpretazione ricevette una ovazione. Come ti sei sentita in quei giorni?
A proposito di cambi di governo. Quando abbiamo creato il Consejo de la Cultura ci fu una gran discussione, se dovesse essere un Ministero o un Consiglio, perché nessuno voleva che  ci fosse una ‘cultura ufficiale’, volevamo evitare che in qualunque momento diventasse un’arma in più per il Governo di turno. Allora abbiamo creato un organismo collegiale, che potesse generare politiche pubbliche e non di governo.
Quest’opera vinse nel 2010 la Mostra Nazionale di Drammaturgia, il premio era la sua messa in scena. Doveva essere per l’inaugurazione,  ma a qualcuno sembrò troppo e forse per una manovra politica cambiarono il programma e ci fu assegnata la chiusura. Il risultato? Mai abbiamo avuto il Ministro seduto in prima fila. Lui, quest’opera non la vide mai.
Altra cosa è quello che ho sentito personalmente. Potete immaginare che tutti possono dire di me qualsiasi cosa, ma non che sia facha, fascista… Eppure, in scena dico delle aberrazioni tali, con una tale brutalità, malvagità, crudeltà… E ogni volta mi sento male pensando a tanti amici che hanno avuto in famiglia desaparecidos… Quando faccio l’ultima scena, parlo dell’Informe Rettig [la commissione sulle vittime del regime ndr] per negarlo, mettendomi allo stesso livello del pubblico e provando a dire alla gente che nel nostro Paese per riconoscere una verità, si deve negarla. E dico «non c’è stata tortura, non ci sono stati morti»: quel negare ostinato è la ferita del Cile. E nel monologo, più lo neghiamo, più gli diamo peso. E lo facciamo, per di più, mescolandolo con l’arrivismo paradossalmente volgare dei nuovi ricchi…
Di fatto, si evoca il decennio degli anni ’80...
Sì, quel gioco delle cuicas [ricche e snob] brutali, las rotas [miserabili] volgari, che non sono aristocratiche, ma di classe media-truccata con quell’affanno permanente di superiorità, razzista, abituato all’abuso… Immaginate il panico di questi che obbligano le loro nanas [le domestiche ndr] a mettersi l’uniforme… Io lo vedo come il vero trionfo delle nanas. Perché la gran paura è che si possano confondere! [ride forte] Come si possono riconoscere se per caso sono con il tuo bambino? Io muoio dalle risate per questa loro ossessione. E’ pazzesco che alle domestiche sia anche proibito di entrare a piedi nei condomini, ma che debbano essere accompagnate in auto…
E lo giustificano con il fatto che, povere, devono camminare molto e si potrebbero bagnare sotto la pioggia…
Sì, oddio, e la spiegazione è peggiore! Ma guardate le auto: che è successo a questo Paese? ci sono auto come se vivessimo negli Stati Uniti. Si vedono donne, basse come me, scendere da auto enormi e molte hanno stivali che sembrano appena scese da cavallo e allo stesso tempo pretendono di essere ecologiche… Tutto dev’essere grande, sensazionale, esagerato. E poi scelgono tutte le stesse cose, a volte si tatuano allo stesso modo, e abitano gli stessi luoghi. Eppure, stiamo in un mondo che va in un’altra direzione, è pieno di diversità tali che ti ammutoliscono…
Nel tuo debutto in televisione, nel 1989, interpretavi la prima santa del Cile, Teresita de los Andes. Ora sul palco sei una fascista….
Teresita non l’ho mai trattata come un’icona. L’ho presa come una donna, non come un simbolo. Dopodiché ognuno del pubblico può farsi la sua idea su quella persona. Nemmeno Iris Roja l’ho trattata come un simbolo fascista. Il mio esercizio, come attrice, consiste nel fatto che io non costruisco un ‘altro’ e non suppongo se per caso Iris Roja parli o si muova in un modo o in un altro. No: sono io. Perché l’indagine è con me stessa.  E’ quello che io scopro in me. E lo creo attorno ad un dettaglio che incontro. Così che, un giorno, forse, quel personaggio lo potrai fare tu e magari sarà distinto, perché avrà  uno sguardo ed una riflessione diversa. E’ un’esperienza irripetibile.
A forza di leggerlo e rileggerlo, Iris Roja mi è entrata dentro, con il mio modo di incarnarla; con la mia distanza, la mia critica, con quello che credevo e non credevo, con le mie difficoltà e le mie certezze. Se mi chiedete: ‘Chi è Iris Rojas?’, ebbene, in questa messa in scena sono io. E questo fa sì che la gente abbia un dubbio: ‘Ma questa tipa è il personaggio o lo pensa davvero?’. Perché ancora oggi permane nel pubblico un’idea convenzionale di ‘finzione’, con cui ho sempre giocato, così che mi riconoscono per quella che è santa o fascista. Allora si spiegano le reazioni contrastanti che ogni giorno mi capitano; ci sono molte immagini su di me. Ognuno costruisce la sua personale lettura, si fa la sua idea.
Perché sei tu, con tutto quello che ti risuona dentro.
Sí, certo, e quest’opera me lo permette. Perché Iris Rojas è un personaggio molto politico, ma con un ‘discorso’ quotidiano, che poi è la cosa più sconcertante. Voglio dire che non è una signora della politica, non stiamo facendo la Margareth Thatcher di Meryl Streep. Stiamo mettendo in scena una donna che si può incontrare al supermercato.
Alejandro il drammaturgo ci espone il conflitto che si scatena in lei: metà animale, metà donna, che cerca una identità cilena fittizia, in mezzo a quel deserto, dove si esercita ad essere ‘cilena in cima alla Cordigliera’. Alla fine tutta questa immagine poetica precipita presto su una tipa comune, chiusa nella sua intimità…. Il pubblico, a poco a poco, comincia a riconoscere delle cose che sente dire tutti i giorni. Dopo venti minuti, la gente comincia a morire di risate e quando arriva il finale, vive un gran conchazo, uno shock. Ritroviamo quello che ci sembra normale, che è l’abuso, la nostra crudeltà, è ciò che ci tiene sotto scacco, come Paese. E’ quello che non ci fa mai dimenticare. Perché è la nostra eredità culturale, sta nel nostro Dna. E di cui non si può solo incolpare la dittatura o riferirsi solo ai suoi crimini. No, siamo ancora oggi tutti complici di quegli abusi. E la cosa terribile è che abbiamo finito per eleggere un Governo di destra! Si dice che ogni popolo ha il Governo che si merita. Però, questo Paese non lo meritava.
Tuttavia molta gente, pur essendo di sinistra, lo ha votato, perché scommetteva che sarebbero cadute le maschere…
Perché si fa una politica miserabile. Vivono di eterni accordi. Persino recentemente, mi chiamano per propormi di fare il Sindaco, avvisandomi però che hanno fretta. «Sí, sono proprio felice alle 10 del mattino di dirti di no, weon, coglione!».  Così non si fa politica.
C’è gente che durante la dittatura mi diceva «brutta, rota, chula [ordinaria senza classe ndr]». Ancora oggi se entro in un ristorante di Vitacura [quartiere chic di Santiago ndr], la gente mi guarda come se dovessi vestirmi da domestica per non disturbarli, gli dà molto fastidio.
Ma io ora posso sentirmi libera da tutto questo. Una libertà che, ovviamente, non avevo nel mondo politico, con i mass media, con la stampa in mano ad una setta sociale, economica e pure politica. E’ realmente indegno che tutti i media rispondano agli interessi di un gruppetto minoritario del Paese. Ora, un po’ alla volta, uno di questi gruppi sta apparentemente perdendo potere, come la Chiesa. Però, ancora non abbiamo una legge per l’aborto legale, né il matrimonio gay. Siamo stati il penultimo Paese al mondo ad avere la legge sul divorzio. Ma avete mai letto i consigli del SERNAM [il Servizio nazionale di pari opportunità ndr] alle donne delle classi popolari per aiutarle a trovare lavoro? Dicono di non guardare negli occhi, di non ridere forte, ma dissimulando, di vestirsi per coprire le ‘imperfezioni’ del corpo. Questo è vero, non è un’invenzione.  Insomma, in cima abbiamo un gruppo di potere patetico, senza molta ideologia e quando credono di averla, è solo mediocre.
Però, rispetto all’opera teatrale, la reazione del pubblico è stata incredibile…
Abbiamo avuto poche interviste, né l’interesse di alcuna rivista patinata. La pubblicità è venuta con il passaparola. Anche in Argentina la reazione è stata davvero impressionante. La gente là ha molto rispetto per questo tema ed è un pubblico abituato al teatro. Però gli argentini non hanno raggiunto quella distanza critica da poter usare questo livello di sarcasmo ed ironia, per cui si ride e si prende in giro, come modo per tirar fuori qualcosa di crudele. Alejandro Moreno viene da una famiglia di destra, dove le zie facevano quei commenti che sono stati parte della sua vita e che non si sono persi, ma che possono perfettamente fare da sobre-mesa, come quando si sta seduti, per educazione, dopo aver finito il pranzo e si aspetta il caffé. Gli argentini erano molto sorpresi da come siamo stati capaci, come Paese, di fare una cosa simile. Perché è una piccola rivoluzione. Questo è il Cile.

[con Guillermo Jorge Alfonso]
il Manifesto

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