culture, società

La Venezia di Carofiglio

VENEZIA – Stanco della politica e pronto a misurarsi con una storia per la tivù. Sente che è arrivato il momento di fare cose nuove, Gianrico Carofiglio. Sul suo futuro di senatore sembra non dubitare: «Vedo molto improbabile una ricandidatura. Dovrebbero darmi ragioni di assoluta necessità, per convincermi che sia una scelta utile ed opportuna. Non che non abbia dentro di me buoni motivi per impegnarmi, ma non per quel ruolo».
Cinquantunenne, barese, Carofiglio ha già attraversato tre mondi, da magistrato, da politico e da scrittore. E sempre in prima linea. Di libri, dopo il successo dell’esordio, Testimone inconsapevole, nel 2002, ne ha venduti oltre 4 milioni di copie, tradotti in 24 lingue e pubblicati in 130 Paesi.
A Venezia è in residenza per il Festival di letteratura, Incroci di Civiltà.  Ospite della Fondazione Musei Civici, fino alla prima metà di maggio. Impegni di Palazzo Madama permettendo. Ne uscirà una storia, che ancora ha contorni vaghi. «Qui, soprattutto al Ghetto – racconta – mi sembra di entrare in un’altra dimensione. Giro la città e mi ritrovo sempre ‘fuori fuoco’, ecco sì, Slightly out of focus, come il libro del fotografo Robert Capa».
Il 7 maggio, intanto, all’Auditorium Santa Margherita, Carofiglio concluderà il suo ciclo di Conversazioni sulla scrittura, organizzato dall’Università Ca’ Foscari.  Le parole sono pistole cariche è il titolo che lui ha scelto, citando il linguista francese Brice Parain, «anche se spesso è erroneamente attribuito a Sartre», puntualizza lo scrittore.
Come ha strutturato il ciclo di incontri?
La proposta parte dal principio di responsabilità, dal dover rendere conto delle proprie affermazioni. Tutto ruota sui doveri di chi scrive. ‘Doveri’ è una parola pericolosa, ma ci introduce ad un’idea di moralità della scrittura.
L’aggettivo ‘pericoloso’ lo usa spesso…
Perché penso alle conseguenze che la scrittura ha verso gli altri. Chi scrive deve farsene carico. E deve rispondere del fondamento di verità che la scrittura esige. Parlo di verità,  non di realismo. E il principio di verità è già letteratura. Penso all’incipit di Mattatoio 5, di Kurt Vonnegut jr., che è un pezzo straordinario di letteratura: «E’ tutto accaduto, più o meno».
Lei ha detto che la ‘citazione’ fa capire bene la questione dei doveri nella scrittura.
Sì, è un buon argomento per riflettere sul perché usarle, con quali criteri, a quale scopo.  A me affascinano le citazioni non esibite, ma che alludono. In Ad occhi chiusi ho ricreato il bar ritratto da Edward Hopper nel suo quadro Nighthawks. Sta poi al lettore la voglia o la possibilità di scoprirlo.
L’altra cosa su cui insiste è la “precisione”.
Perché ha a che fare con il patto con il lettore. Per me, scrivere storie è un modo di fare variazioni rigorose di un mondo che esiste. E’ necessario trovare parole precise: persino per entrare nel mondo poetico, il leopardiano ‘vago e indefinito’ o la ‘grammatica della fantasia’, come direbbe Rodari.
Molti suoi riferimenti vengono dall’esperienza di magistrato e di politico. Come si sono contaminati questi mondi?
Certo, è un lessico che parla della mia formazione. E comunque non riesco a scrivere qualcosa che non abbia, o non tenti di avere un qualche effetto nella sfera degli altri. Sennò è solo spettacolo. Quando uscì il mio primo libro, credevo di aver scritto una variante particolare di romanzo di formazione. Poi Corrado Augias lo definì «il miglior giallo legale mai uscito in Italia». Ne rimasi impressionato. Era un onore, ovviamente, ma non mi ero reso conto di aver scritto una cosa ‘di genere’.
Adesso, per esempio, a cosa sta lavorando?
Ho un progetto per la televisione. Mi piacerebbe una storia che riesca ad arrivare al grande pubblico e, allo stesso tempo, a palati più raffinati. Mi piace l’idea che sia possibile entrare da diversi ingressi in una storia. A volte si possono fare cose incredibili, anche in situazioni apparentemente impossibili. Quand’ero Pm, interrogavo un pentito. Manomozza lo chiamavano, perché a 13 anni, maneggiando dell’esplosivo per preparare un attentato, aveva perso una mano. Beh,  questo non gli ha impedito di compiere 49 omicidi. Ma la sua abilità era scarrellare un revolver col moncherino.

Corriere del Veneto

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