Congdon, tormento ed estasi

maggio 6, 2012

VENEZIA – Racconta Elena Scantamburlo che Peggy Guggenheim, di fronte alle tele di William Congdon, prova estasi e passione, «al punto da restare senza respiro»: «Di estasi, passione e sensualità si nutre anche lui – sottolinea – Di un eros che l’inibizione puritana derivatagli dalla rigida educazione impartita a Providence, rende ancora più prorompente». Ma alla loro tensione sensuale, fa da contraltare «un mondo piuttosto provinciale e bigotto – scrive sempre Scantamburlo – quello dell’arte veneziana e italiana degli anni Cinquanta».
Quello che ci suggerisce la storica dell’arte è una chiave per leggere la relazione burrascosa tra Venezia e il pittore americano, che in laguna ci passa l’intero decennio dopo la guerra. E getta pure uno sguardo sorprendente su un artista che ad un certo punto ammutolisce critica e pubblico con la sua conversione al cattolicesimo nel 1960 e al fascino per Comunione e Liberazione.
Relazione tormentata, tra William Congdon e Venezia, che mai gli dedica una mostra, nonostante la città sia oggetto di un’investigazione quasi ossessiva da parte del maestro. A colmare questo «debito», come lo chiama Rodolfo Balzarotti della Fondazione Congdon, c’ha pensato l’Università Ca’ Foscari che, grazie alle Assicurazioni Generali, ha inaugurato ieri a Ca’ Giustinian dei Vescovi, William Congdon a Venezia, 1948-1960. Uno sguardo americano. Delle 36 opere, alcune sono inedite per l’Italia ed altre addirittura mai uscite dai magazzini. Ad accompagnare il visitatore, oltre a filmati, taccuini di schizzi e lettere, la tecnologia del progetto Venice Imago, tre tavoli high tech con piante topografiche e possibili zoom su dettagli della città.
«Omaggio doveroso fin dal titolo – spiega Giuseppe Barbieri che firma la curatela assieme a Silvia Burini – perché ricorre il centenario della nascita e perché è Giuseppe Mazzariol, quarant’anni fa, quando dirige qui a Ca’ Foscari il Dipartimento di Storia dell’arte, a tirar fuori dall’oblio William Congdon».
E’ proprio Mazzariol a scrivere che a Venezia il pittore trova due cose: «una condizione dell’anima e la Basilica Marciana, splendida di verità arcane, che l’Oriente bizantino maliziosamente offre all’Occidente come mossa inattesa». Nelle sale di Ca’ Foscari si possono ammirare tutte le varianti di quel fermo immagine, Piazza San Marco -Basilica-Campanile, che lui ritrae di giorno e di notte, con le impronte di materia, di colore e segni, graffi e solchi. Dal portale d’oro di Piazza Venice del ’48, alla facciata trasformata nel Crocefisso 1b del 1960.
«E sono ancora a Venezia che non amo, ma che spero non abbandonerò mai», scrive un giorno il pittore. Poi aggiunge: «Forse non dovrei dire che non la amo, so solo che ci vuole una pelle molto dura per viverci». La adora Venezia, si fa possedere lo sguardo e le mani. Si appropria del cuore simbolico e monumentale. Fa tabula rasa del languore romantico di quella veduta e lo moltiplica, «fino a renderlo, nella sua fase religiosa, un grumo di colore e di luce», sottolinea Barbieri.
Congdon, a Venezia, si tiene lontano dal milieu artistico, come scrive la Guggenheim «non appartiene a nessun gruppo di pittori. Sta a parte. I veneziani non vedono mai i suoi quadri». Eppure, sottolinea la collezionista, «è l’unico pittore, dopo Turner, che ha capito Venezia».
Eccentrico e complicato. Freme per partecipare alla Biennale. Ci va nel ’52 e nel ’58, ma porta vedute di Roma. Ed è così alieno che viene relegato nel padiglione degli apolidi. Quando lascia Venezia per Assisi, «la sua conversione coincide con una crisi creativa profonda – ci spiega Balzarotti –  Nel frattempo tutti i linguaggi dell’arte mutano radicalmente. E lui è spinto ancora più fuori». Per Barbieri quella di Congdon è «una conversione non improvvisa. E fino alla fine sarà molto religioso e molto laico. Vive ad esempio la sua omosessualità piena e ricca di relazioni. Poi si pente mille volte e torna a vivere». Muore nel 1998. Si era trasferito da vent’anni in un cascinale della Bassa Lombardia.

Corriere del Veneto

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