Ciclo-futurismo

giugno 9, 2012

VENEZIA – Peggy Guggenheim acquista Au Vélodrome, dipinto nel 1912 dal francese Jean Metzinger, nel 1945. Lo stesso anno, inaugura nella sua galleria ‘Art of this Century’, alla cinquantasettesima strada di New York, la personale di uno sconosciuto diciannovenne americano, Charles Seliger.
Il fiuto e l’incanto della collezionista, intrecciatisi in quello stesso anno, si ritrovano ora in una duplice esposizione a Venezia, visitabile fino al 16 settembre, a Palazzo Venier dei Leoni.
Ciclismo, Cubo-Futurismo e la Quarta Dimensione. ‘Al velodromo’ di Jean Metzinger e Una visione interiore: Charles Seliger negli anni ’40 sono come due percorsi paralleli che immergono lo sguardo nelle affascinanti avanguardie della prima metà del Novecento. Erasmus Weddigen cura una piccola ed intensa ricerca visiva attorno a quel famoso ciclista, che affronta lo sprint finale dopo 250 km di gara tra Parigi e Roubaix. Un massacrante tracciato di pavé, «l’inferno del nord», come viene chiamato.
Jean Metzinger sfrutta lo slancio cubista della velocità, del tifo popolare, della relazione tra spazio e tempo, per dare alla tela un movimento sorprendente. E’ tentato dalla quarta dimensione, su cui allora tanto si discute, nei circoli artistici come  nei calcoli di Einstein. E forse non è un caso che il ciclista porti sul braccio destro la fascia con il numero 4.
E’ stato lo stesso Weddigen, per altro, a scoprire l’anno di quella Parigi-Roubaix, il 1912 e l’identità del corridore, Charles Crupelandt. Lo si vede in foto, capelli neri e lisci, riga in mezzo e sguardo intenso. Le braccia forti e muscolose avranno alzato il premio a fine gara che, come da tradizione, è solo una pietra di quel maledetto pavé.
L’esposizione ricostruisce la serie di altre due tele e un disegno preparatorio, tutti dedicati Al Velodromo. Una serie, il cui ultimo tassello potrebbe essere la misteriosa Composizione cubista con orologio, che amplifica l’inquietudine del tempo.
Tutto attorno, dialogano i ciclisti memorabili di Umberto Boccioni (1913), Mario Sironi (1916) e Fortunato Depero (1945). E, allo stesso modo, le figure in movimento, decomposte e liberate dalla tradizione, come le Forme uniche della continuità sempre di Boccioni o  Il Clarinetto di Georges Braque (1912) o, ancora, Giovane triste in treno di Marcel Duchamp (1912). Di quest’ultimo, si cita la pratica sovversiva del suo linguaggio e del suo immaginario, a cominciare dal ready made di Scatola in una valigia, finanziata proprio da Peggy Guggenheim nel 1941.
In quegli anni la collezionista americana sente infatti che è possibile sperimentare e scommettere su qualcosa di inedito. Per questo nel ’45 apre le porte della sua galleria newyorkese a quel ragazzo pieno di talento, che passa più ore in biblioteca che in strada, che ama la biologia e che è amico di Jimmy Ernst, figlio di Max, il pittore suo marito. Charles Seliger si presenta con piccole tele di immagini oniriche, Birds and flowers, che all’inizio ricordano Mirò e Klee e col passare del tempo riempiono ogni spazio, si intrecciano e si sfumano, parlano di terra, aria, cieli, Crosta terrestre e Forme organiche,  piante e animali. Un mondo immaginario, espresso con un personale linguaggio surrealista: «Vuole rendere visibile ciò che visibile non è – ci racconta il curatore, Jonathan Stuhlman – Sono dettagliatissime immagini del mondo naturale, fuori dalla capacità visiva umana: strutture biologiche, cellule, viscere e ossa. Per lui il surrealismo è proprio quel costante processo di metamorfosi». Seliger lo spiegava come «uno stato di divenire, senza arrivare mai (nonostante l’intensità e il dettaglio) a una forma finale e riconoscibile».
Una visione interiore, così il titolo del percorso espositivo, porta per la prima volta a Venezia più di trenta opere, tra tele e disegni, che si concentrano sugli anni Quaranta. Seliger, scomparso nel 2009, sembra quasi eclissato fino agli anni Ottanta. La prima retrospettiva arriva solo nel 1986, sempre a New York e proprio al Guggenheim.

Corriere del Veneto

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