Il pettirosso di Buzzati

«Entrare, avventurarsi un poco fra le crode, toccarle, ascoltarne i silenzi, sentire la misteriosa vita». Dino Buzzati raccontava così la sua montagna. Sono passati quarant’anni dalla sua scomparsa e la montagna lo omaggia con una settimana di eventi.
«Buzzati avvertiva tutto il fascino di quel mondo arcano fatto di rocce eterne», riflette l’editore bellunese Bepi Pellegrinon,  tra gli organizzatori delle celebrazioni iniziate ieri sera a Villa San Pellegrino, alla presenza di Almerina, compagna di vita del grande scrittore e giornalista.
Il via l’ha dato la mostra I 40 volti di Buzzati, raccolta di foto, immagini e scritti usciti dall’archivio di famiglia. Curata da Riccardo Ricci, ogni giorno cambierà luogo, seguendo il serpentone di iniziative che attraverserà i prossimi giorni il bellunese. Ricordando Dino Buzzati. 1972 – 2012 conta infatti su un ricco programma di esposizioni, visite notturne ai luoghi amati, reading, un concerto della Dolomiti Symphonia (il 25, a Feltre). Stasera, invece, alla Baita Alpina di Val Morel (ore 21), sarà protagonista Vasco Mirandola, accompagnato live della Piccola Bottega Baltazar. Mostri, miracoli e misteri: cioè l’immaginario buzzatiano, fatto di strane visioni e creature, compreso quel Pettirosso gigante da lui dipinto nel 1970.
A promuovere il quarantennale sono il Circolo Cultura e Stampa Bellunese ed Ideas Communication, in collaborazione con la Fondazione Università ed Alta Cultura della Provincia, l’Associazione Dino Buzzati e il Giardino Buzzati. Patrocini sono arrivati dal Ministero per i Beni Culturali e dalla Regione.
Due gli eventi teatrali per la serata inaugurale. Giovanni Morassutti ha presentato Sola in casa: tappa obbligata, quella di Belluno, per la compagnia MTM che in autunno sbarcherà a New York. Di Riccardo Ricci, invece, la messa in scena de La telefonista, un testo che Buzzatti scrisse nel 1964 e mai portato a teatro. Per l’occasione, Antonella Morassutti ha dato corpo al monologo di una centralinista di un grande albergo che deve districarsi tra le richieste insistenti dei clienti e il dialogo agitato con il suo uomo. «Dell’autore si sente la voce piena di inquietudine – sottolinea Ricci – Era tipico di Buzzati aspettarsi sempre che qualcosa di angoscioso stesse per succedere».
«Dovevamo tornare al genius loci – dice Luigino Boito, presidente del Circolo Cultura e Stampa – Al rapporto profondo che Buzzati aveva con questa terra. Qui prendeva vita il suo universo fantastico e poetico. Nel resto del mondo era in esilio». Qui, come ci racconta Pellegrinon, «aveva cominciato a scalare le montagne fin da quando aveva 14 anni. Non salì solo in due occasioni. Tra il 1927 e il ’28, dopo la morte di Sandro Bartoli, suo compagno di cima. E durante la guerra, perché lavorava come inviato speciale per il Corriere. La sua ultima scalata, con Rolly Marchi, fu a Croda da Lago nel 1966».
Proprio Marchi, assieme all’editore di Nuovi Sentieri, ha curato l’altra mostra che venerdì 27 verrà inaugurata ad Alleghe, Le Dolomiti di Buzzati. Un centinaio di quadri, ed altrettante foto per la maggior parte inedite, e ancora lettere, disegni, documenti, manifesti per ricordare il suo essere un narratore visivo, oltre che tessitore di parole e di storie.

Corriere del Veneto

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