culture, società

Le vie dei monasteri

Dalla stazione di San Stino di Livenza, tra due file di platani ci si addentra sempre più nella campagna. Si incontrano qualche casa isolata, balle dorate di fieno e la bellezza di stare dentro a lunghe distese di mais, che si alternano a campi di bietole e soia. L’orizzonte si allarga. «C’era una piccola cappella diroccata e una canonica a pezzi». Don Giorgio ricorda il suo arrivo, nel 1984. Per un anno, è stato il prete matto, che viveva solo, coltivava la terra e restaurava l’edificio. Diventato sacerdote tredici anni prima, aveva attraversato la bufera sociale degli anni ’70, si era rifugiato nella comunità di Bose, poi a Oriago in un casolare, predicando «a ladri e prostitute, che come si sa si precederanno nel Regno dei Cieli», dice lui. Gerusalemme, l’incontro con Dossetti e con Marco Cè, il Patriarca che lo mandò a tirar sù nel silenzio il rudere rimasto consacrato, qui a Marango di Caorle.Oggi don Giorgio ci accompagna nella sua comunità di sei monaci e monache. E’ la Piccola Famiglia della Resurrezione. Da soli hanno restaurato e costruito sale di lettura, oratori, la chiesa povera e bianca, il refettorio, le camere. A Marango c’è chi arriva solo per riposare e cercare se stesso, chi per meditare e pregare se credente. Può capitare di trovare un corso di cetra o di iconografia.
Sono i viaggiatori del silenzio al posto dell’adrenalina. Sono quelli in fuga a camera lenta, che trovano questi luoghi religiosi i migliori dove rintanarsi, fuori dal caos urbano. Molti sono pellegrini che hanno riscoperto il piacere del camminare, di sapore medievale, ripercorrendo l’antica via Francigena, da Canterbury a Roma o il percorso che da Cividale porta verso Roma.
Non cercano foresterie e B&B, ce ne sono a decine gestiti da religiosi. Questi sono luoghi difficili da rintracciare. «Chi si prenota, singoli o gruppi, è chiamato a vivere in modo fraterno ed essenziale – ci tengono a sottolineare – La famiglia monastica vive di lavoro e non riceve alcuna sovvenzione». Così, chi vuole può anche aiutare nell’orto don Giorgio, una tenuta fatta rifiorire a 5 km dalla Comunità, in quel San Gaetano immortalato da Hemingway in “Di là dal fiume, tra gli alberi”.
Da qui Venezia è lontana. Ma quando si cammina tra più di 600 cipressi e il chiasso delle cicale, l’atmosfera è simile. Siamo a San Francesco del Deserto. «Chi si ferma qui sta isolato dalla folla, vive in una parte dove può stare tranquillo», ci spiega fra’ Roberto, il padre guardiano, indicando l’ex- casa del noviziato. La separa dal parco due enormi pitospori e due chiostri, uno del ‘200 e l’altro del ‘400.
Il fatto è che il piccolo gruppetto di francescani deve gestirsi almeno 25 mila visitatori l’anno di 30 Paesi diversi, che arrivano al convento con barche private o con quella di Massimiliano e Pierpaolo, due fratelli di Burano, che da sempre aiutano i frati. Sono turisti di passaggio, che transitano, per fortuna, solo quattro ore al giorno.
«Gli altri, li ospitiamo tutto l’anno, salvo a novembre, massimo una quindicina di persone. Ed è meglio prenotare con qualche mese di anticipo – racconta fra’ Roberto – Non ci sono comodità, né aria condizionata d’estate. E d’inverno l’isola è avvolta dalla nebbia e dal gelo umido della laguna. E’ bellissima». A chi si ferma, continua il francescano, «chiediamo di condividere questo spirito familiare e pure la nostra liturgia del quotidiano: sveglia presto, i pasti, le preghiere. E poi ognuno ha il suo tempo. Tutti vengono qui per prendersi il proprio tempo».
Sembra che San Francesco sia approdato nel 1220 e si dice che qui fece il miracolo degli uccelli, riunendoli e chiedendo loro di fare silenzio per pregare. La vista toglie il fiato, sia verso Burano, col suo campanile che sembra stia per cadere, sia verso le Fondamenta Nuove. Si intravede San Marco.
Basilica e Piazza sono uno spettacolo anche da San Giorgio Maggiore, naturalmente. L’isola, dove l’antico e straordinario edificio monastico è ora la Fondazione Cini, continua ad ospitare una comunità di Benedettini. Sono in sei. Uberto è il più anziano, di 92 anni. Il più giovane ne ha 29. Carmelo invece è laico. Vive con loro da quattro anni. E’ lui che segue i restauri, coordina i lavori, manovra il sito web, smista le e-mail e le richieste.
Le sale corrono ai fianchi della Basilica palladiana. Anche qui, pellegrini e viaggiatori, turisti religiosi e laici inquieti si possono fermare. Ci sono cinque stanze. Ci si alza alle 6 e mezza, e si segue il ritmo scandito dai 150 salmi settimanali e la terza, la sesta e la nona, i vespri, la lettura e la preghiera. Si può persino trovare il fascino del canto gregoriano, anche se, sorride Carmelo «l’effetto è comunque diverso che all’Abbazia di Praglia, dove i fratelli sono almeno una quarantina».
«Sono luoghi in cui non ci si imbatte, bisogna cercarli», ci suggeriva padre Roberto. Il via vai di cercatori d’altro lo sa. E ci si può rifugiare persino nel cuore di Venezia, sentendosi protetto dalle orde di turisti. «Il fatto è – ci aveva detto don Giorgio, salutandoci a Marango – che nell’epoca della società liquida, si riscoprono dei sentieri, da percorrere veramente, persino a piedi. E nel cammino si trovano degli approdi, anche precari».

Corriere del Veneto/Nuovi stili

Annunci
Standard

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...