culture, società

Venezia e il “commun ground”

VENEZIA – Il Giappone che riflette su come costruire una Home-for-All, una casa di tutti, nella zona devastata da terremoto, tsunami e terrore nucleare, ha strappato il Leone d’Oro della 13esima Biennale Architettura di Venezia. Miglior Padiglione quello curato da Toyo Ito, perché «ha colpito la giuria per l’umanità» che riesce ad esprimere, per la capacità di raccogliere risorse sociali e trasformarle in progetti condivisi. Il miglior progetto, invece, è andato alla venezuelana Torre David di Caracas, un edificio abbandonato e occupato da centinaia di persone, che lo hanno riutilizzato come abitazione, creando una comunità spontanea, unica e testarda.
Doveva essere la ricerca del Commun ground a guidare la giuria, presieduta dall’olandese Wiel Artes. E così è stato. Anche per il Leone alla carriera, andato al portoghese Alvaro Siza Vieira, riconosciuto come una sorta di «presenza», quasi a sottolinearne il valore universale del suo pensiero e del suo lavoro. Il premio, in assenza del maestro, è stato ritirato da Ines Lobo, commissaria del Padiglione di Lisbona.La consegna dei Leoni d’oro ha, come di consueto, aperto ufficialmente la Biennale che resterà aperta al pubblico fino a l 25 novembre. Il direttore, l’architetto inglese David Chipperfield, ha coreografato, attorno al tema del Commun ground, 55 partecipazioni nazionali, 18 eventi collaterali e una mostra centrale con 69 progetti e 119 nominativi. Chipperfield ha chiesto a tutti di tenere la bussola su tutto ciò che l’architettura mette in comune, rende pubblico, connette, custodisce, al di là delle differenze, delle individualità e degli scontri. Filo rosso, questo, che risalta anche negli altri premi assegnati, alla presenza di tre ministri, Lorenzo Ornaghi (Beni Culturali), Annamaria Cancellieri (Interni) e Corrado Clini (Ambiente).
E’ il caso delle menzioni speciali a tre Padiglioni: la visionarietà digitale dei russi, la capacità delle comunità di cambiare lo spazio urbano degli Stati Uniti («una presentazione incantevole», ha sottolineato la giuria) e la possibilità di ascoltare i suoni dei luoghi, per mano dei polacchi. Menzione anche all’installazione di Cino Zucchi sulla complessità delle relazioni che modellano il nostro ambiente fisico. Infine, ad Yvonne Farrel e Shelley McNamara, della Grafton Architects, è andato il Leone d’argento come studio emergente, strappando il plauso per il progetto di nuovo campus universitario a Lima, in Perù.
Architettura e formazione, peraltro, sono stati il leit-motiv innovatore di questa edizione, che il presidente della Biennale, Paolo Baratta, ha ripetuto in ogni occasione. Sono infatti 65 le università italiane e straniere che partecipano alla Biennale Sessions, ciascuna con 50 tra docenti e studenti. «Sempre più questo sarà l’obiettivo del nostro evento internazionale», ha detto. Quest’anno, per di più, Baratta poteva sfoggiare uno strepitoso Padiglione Italia, all’Arsenale, dove Luca Zevi ha installato un dibattito collettivo, visivo e di idee, attorno ad Adriano Olivetti, alla sua utopia che sembra quasi una necessità vitale per il destino dell’economia e della società, nel fuoco della crisi globale. «Bellissimo – lo ha definito la ministro Cancellieri – perché c’è tutta la storia e la cultura dell’industria italiana. Vale la pena vederlo perché c’è tutto il nostro Paese». E sul rapporto con la politica e le istituzioni ha aggiunto: «Sarebbe importante che la politica raccogliesse i suggerimenti di questa Biennale e comprendesse come attraverso l’architettura passa lo sviluppo del Paese». Sulla stessa lunghezza d’onda il Ministro Ornaghi, che ha definito «una grande idea» quella di mettere «in connessione l’architettura con la società, l’architettura con lo sviluppo, a partire da un’idea di Olivetti. Vorrei forse dire l’architettura e la politica».

Corriere del Veneto

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