Máscaras chilhueñas per un carnevale alla fine del mondo

settembre 2, 2012

Si dice che il Trauco si aggiri tra i boschi di Chiloé e con il respiro e lo sguardo incanti le ragazze vergini, se le porti nella boscaglia e le possieda. Molte, in questo angolo di Sud del Cile, sono rimaste incinte così. Chiedete e ancora ve lo confermeranno convinte. Si dice pure che la Fiura, la moglie del Trauco, sia sua figlia. Lei è carica di malvagità, ce l’ha con quel marito che la tradisce perennemente e con le sue vittime. Entrambi sono piccoli e deformi. E molto potenti. Se invece sentite un pianto sconsolato, non vi preoccupate, è la Llorona. Era disperata quando decise di uccidere i suoi figli, per convincere il marito a starle vicina. Ma lui, dopo quel gesto, non volle più vederla.Il Trauco, la Fiura e la Llorona sono solo alcuni dei tanti esseri che popolano il mondo magico e spirituale del Sud del Cile. Qui dove i Mapuche non si sono mai arresi né agli spagnoli né ai cileni criollos. Chiloé, ora divenuta una delle mete turistiche più affascinanti al mondo, è l’isola-arcipelago a fianco di Puerto Montt, la città porta della Patagonia. E  Chiloé, avvolta dalle sue nebbie e dalla pioggia che scende quasi 300 giorni l’anno, è il ventre ed il cuore della cosmogonia nativa. Tutte le creature, che affollano il limbo tra la realtà e l’altrove, nascono da una sfida consumatasi nella notte dei tempi, tra il serpente del mare e il serpente della terra, Ten-Ten e Caicai.
La mitologia nativa, che alimenta narrazioni visionarie e una spiritualità profonda, nonostante sia molto radicata in questo remoto angolo del mondo, rischia di venire schiacciata tra il folklore e la superstizione. Carolina Cruz Correa sta lavorando proprio su questo patrimonio immaginifico. Ne ha tirato fuori maschere e il progetto di un Carnevale. «Mi sono chiesta come riprodurre questi racconti, come reinventare processi di trasmissione di saperi così ancestrali  – ci racconta –  Mi sono chiesta come potrei porre quel patrimonio al centro dell’immaginario contemporaneo».
Trentacinquenne, con studi di giornalismo e di teatro, Carolina Cruz vive a Puerto Montt. Ha trascorso alcuni anni a Buenos Aires, dove peraltro un suo testo, Entretinieblas, si è guadagnato il premio del pubblico nel 2006, come miglior opera dei Teatri Corrientes. Rientrata in Cile, ha seguito il programma ministeriale Chile en mi barrio, un piano di eventi capillare nei quartieri più isolati del Paese e ha curato l’animazione culturale della Comunità di Chaitén. Ha rimesso in piedi e riempito di laboratori un edificio abbandonato a Puerto Montt, la Casa Negra. Ma è soprattutto sul teatro di maschere che Carolina Cruz si è specializzata. E dall’esperienza nella scuola Lecoq ha provato ad immaginare come far incontrare il funambolismo delle maschere con i racconti mitologici. «Qui l’oggetto-maschera non ha alcuna tradizione – ci spiega – Anche tra gli stessi mapuche sono esempi rari, semplici coperture piatte, non espressive. Io ho lavorato invece sui personaggi del mito, sulle narrazioni popolari. E ho provato a visualizzare e creare una serie di maschere da indossare e teatralizzare».
Il risultato sembra di straordinaria bellezza. Incontriamo Carolina Cruz a Venezia, dove è arrivata per conoscere i maestri artigiani impegnati nel carnevale e nella commedia dell’arte. Quando, forse il più importante “mascarer”, Guerrino Lovato, prende in mano questi oggetti, si dice impressionato dai dettagli e dal disegno. E la tempesta di domande. «E’ il frutto di un lungo lavoro di ricerca, che ha incrociato l’antropologia, il teatro, l’artigianato e le arti visive», cerca di tirare le fila lei.
Innanzitutto i materiali. Il cuoio, la pelle di salmone trattata (che nel sud del Cile vanta allevamenti ed industrie importanti), a mosaico con pezzetti variopinti di vetro o tempestate di schegge di madreperla dei mariscos locali (i crostacei superbi del luogo), ricoperte di tasselli di legno di larice (che copre il paesaggio lasciando senza fiato) o avvolte da strati di alghe o lamine di rame. Hanno figure morbide, gli incavi per gli occhi animano la silouette di una densa tristezza, la bocca perduta tra le pieghe e la malinconia di un luogo il cui ritmo è la pioggia e il tremore del sottosuolo, i nasi lunghi ciondoloni, le rughe incise come il tempo millenario di quei racconti.
«La maschera è un oggetto che si incontra ovunque. Variano le forme, le dimensioni, le decorazioni. Ma sempre ci permettono di ricostruire il contesto politico, sociale e religioso di una comunità – ci dice Carolina Cruz- Io ho cercato di indagare la mitologia di Chiloé, i suoi archetipi e i suoi elementi estetici. Li ho re-inventati attraverso questi oggetti. Credo che le culture siano dinamiche e richiedano a noi creativi di prenderci cura del patrimonio che ci è stato tramandato. La creazione si nutre di ciò che siamo. E la innovazione è parte viva della nostra cultura».
Così sono nate le Máscaras Chilhueñas.  Ma l’ambizione è un’altra. «Ho pensato – racconta – che potrebbero essere uno strumento per qualcosa di più. Un grande evento che riesca a coinvolgere l’intera città, in cui tutti possano riconoscersi in quella narrazione, mettendola in scena nelle piazze, nelle strade e nelle case di Puerto Montt». Dunque, «un teatro di comunità, callejero, di strada. Con migliaia di comparse, che possano rievocare la battaglia ancestrale dei due serpenti. Coreografie urbane, spettacoli, laboratori, concerti, una sorta di evento catartico». Laggiù, un carnevale alla fine del mondo. Un anno di tempo, una macchina di produzione da mettere in moto e potrebbe essere pronto per il 2014. Carnaval del Sur. Così si chiamerà.

Alias/il Manifesto

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