culture

I canti silenziosi di Tom Parish

VENEZIA – L’ha setacciata canale dopo canale, muro per muro, ogni edificio con qualunque ombra e dettaglio di luce. Venezia è l’olio sulle tele di Tom Parish. Per vederle da vicino, dopo l’evento di tre anni fa alla Scoleta dei Battioro e Tiraoro, si può ora approfittare della nuova esposizione al Museo Diocesano di Santa Apollonia, dietro la Basilica di San Marco.
Sono tredici Canti silenziosi, di grandi dimensioni, dove tutto è armonico e naturale, immerso nell’acqua, che per l’occasione Parish omaggia apertamente. Le sue vedute sono sempre in bilico tra la minuziosità e la semplicità delle forme, delicate ed intense, come le gradazioni di colore che vivono nei suoi ritratti urbani.E’ un angolo di un edificio scrostato che si riflette sul canale. E’ uno scorcio con alcune barche ormeggiate sottocasa, dove l’acqua sembra muoversi come se la stessimo attraversando. E’ la vista da un balcone di un piano alto, il ponte di ferro intarsiato, la vertigine amplificata dalla massa liquida. O, ancora, è l’ingresso di un edificio importante, tre grandi vetrate e le paline di ormeggio bianche e blu di fronte. Tutto appare di una tranquillità esibita, niente increspa la visione, anche se si percepisce qualcosa di opaco, lento, appeso ad una qualche tensione taciuta.
In questi suoi recenti Canti silenziosi, Tom Parish sembra osservare la città in un silenzio quasi religioso, contemplando la bellezza di quel volto urbano che gli si riverbera dentro. «Questi momenti a Venezia hanno un’aura che partecipa della mia propria aura – ha detto -Qualcosa che si avverte come eterno, senza tempo, un’atmosfera satura in un mondo in costante movimento. La mia ispirazione per i dipinti deriva da questo scambio misterioso o dialogo con il luogo e con il sé».
E’ dal 1986 che Tom Parish dipinge la città lagunare. Era il suo anno sabbatico. C’era stato trent’anni prima, allora studente all’Accademia di Belle Arti della Pennsylvania, quando diceva che «dipingere è proprio come camminare o respirare. E’ il modo con cui so chi sono». Ma quello sarebbe diventato un anno speciale. Da Roma prese un treno e per la prima volta sbarcò a Venezia, rimanendone stregato. «Sono sceso dal treno – racconterà – e ho pensato: sono a casa».
Da allora Tom Parish ci viene in continuo pellegrinaggio da Detroit, dove tuttora insegna, professore emerito, alla Wayne State University. Classe 1933, dice di dovere molto ai surrealisti e, in particolare, alle atmosfere metafisiche di Giorgio De Chirico.
Parish non glorifica Venezia, ma la scruta da dentro, sembra entrarci con gli occhi di chi la vive da sempre e ne è parte. Tuttavia, ha precisato un giorno il pittore americano, «credo nella cosiddetta ‘distanza psichica’, per cui quando sono qui non posso dipingerla. Devo farlo quando ne sono fuori, lontano». Di lui, lo storico di Chicago, Franz Shulze ha detto che siamo di fronte «sicuramente al più rilevante biografo contemporaneo di Venezia, un artista che merita il suo posto in compagnia dei migliori primi vedutisti».

Corriere del Veneto

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