culture

Il vetro del grande freddo

VENEZIA – Karolina Olsson ha tredici anni quando sbatte la testa sul ghiaccio. E’ il 1875. Si risveglierà solo nel 1908. Lei dirà di ricordare la sensazione di buio e di essere rimasta attorniata da uomini blu. Bertil Vallien ci fa rivivere quella storia, facendoci passare in mezzo a due fila di 24 teste, sorrette da lunghi supporti filiformi. Ognuna con tanti dettagli incisi e incorporati. Fino a che non si arriva a lei, la Sleeping girl, il cui volto appare intrappolato nel biancore di qualcosa che sembra ghiaccio. Invece è vetro, manipolato fino a farne un pezzo d’arte.Palazzo Franchetti, Venezia: la sede dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, ai piedi dell’Accademia, ospita (fino al 25 novembre) la prima retrospettiva in Italia proprio di Bertil Vallien. Classe 1938, studi in Svezia, Messico e Usa, designer per la Svensk Form, è considerato uno dei migliori al mondo nella manipolazione artistica del vetro. Un omaggio ai cinquant’anni di quello che dal 1962 è conosciuto come Studio Glass Movement. E’ infatti il 1962, quando al Toledo Museum of Art, negli Usa, viene inaugurata un’esposizione che consacra all’arte un materiale fino ad allora confinato quasi solo all’ambito industriale.
La retrospettiva su Bertil Vallien è pensata in occasione della Biennale Architettura. E’ un evento a latere, Nine Rooms, i nove interni dell’incoscienza, curati da Adriano Berengo e Borge Kamras, raccolgono più di 60 opere, sculture e disegni. Tecniche antiche, assieme a linguaggi contemporanei e domande assolute. Linee essenziali, superfici ruvide, innesti e una luce catturata dentro, sono la cifra di Vallien.
Così ci appaiono le statuine degli Idoli, ritratti di una «maschilità potente», come la definisce lui, corpi scuri con il sesso colorato di rosso, bene in vista a mo’ di corno. E poi i totem,  i paesaggi, i pendoli e le imbarcazioni, forme allungate e galleggianti, che sembrano provenire da un altrove, ognuna incastonata di immagini, oggetti e segni come un collage tridimensionale.
«Questa non è l’ennesima mostra di lavori in vetro – sottolineano all’Istituto – Il vetro sembra passare quasi in secondo piano, rispetto alla complessità dell’opera».  Su tutto domina il blu, in tutte le sue varianti, fino al nero che, si diverte Vallien, sarebbe nato da un errore: «con venti grammi di cobalto si fa il blu, con 2000 diventa nero». Uno zero in più nell’alchimia e si slitta nella scala cromatica e nelle sfumature d’umore, che lui chiama Desert snow, la neve del deserto. Adriano Berengo, che lo ha voluto a Venezia, conferma di aver trovato «nel suo approccio, una grande affinità con il mio desiderio di fare del vetro un vero materiale d’arte, liberandolo dai confini della tradizione» e consapevole della «impossibilità di controllare il risultato finale».

Corriere del Veneto

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