Latouche, elogio alla Serenissima

VENEZIA – La vera sorpresa è l’elogio alla Serenissima che fa il padre del movimento della decrescita. Ma Serge Latouche va con ordine e inizia con il lessico scandaloso del suo movimento. «La parola decrescita è uno slogan, certo. Forse non geniale, ma sicuramente efficace – dice subito – Perché provoca shock. E’ una parola blasfema per quella religione che è la crescita».
Seduto nel foyer del Teato Malibran di Venezia, il professore inizia da qui perché è stato questo il primo dubbio sollevato i giorni scorsi dal rettore di Ca’ Foscari, Carlo Carraro. Dubbi, perplessità e critiche cui ormai è abituato il movimento della decrescita, impegnato in questi giorni, proprio in laguna, nella sua terza conferenza internazionale.Il professore ha letto le obiezioni di Carraro. E non si sottrae. Anzi, rilancia, cercando di sparigliare le carte. E alza il tiro in casa degli ospiti: «Sì, devo ammettere che una cosa su cui sarebbe bene ispirarsi è il governo della Serenissima. Mi piace quella pratica di buon governo e l’arte del buon vivere».
Sorride Latouche, che così mette le mani proprio nel mito fondativo del Nordest. Ha di che sentirsi soddisfatto. Giornata di apertura, ieri. Teatro affollato ed in religioso silenzio, un mare di teste con le cuffiette per le traduzioni e primi relatori tra i settanta in cartellone. Non ha fatto invece capolino il sindaco, Giorgio Orsoni, come aveva promesso. Marco Deriu, dell’Università di Parma, dirige senza intoppi il traffico degli interventi. Latouche scende dal palco per incontrarci, tra due autorevoli speekers eco-femministe, Helena N.Hodge, autrice del docu-film “L’economia della felicità” e l’austriaca Veronika Bennholdt-Thomsen.
«Questo movimento – dice il professore francese – elabora cose che già altri hanno ripetuto negli ultimi settant’anni. Penso a Ivan Illich. Ma nessuno aveva provocato uno shock. Noi lo facciamo, perché sfidiamo l’ortodossia della crescita o dello sviluppo, a seconda che si viva nel Nord o nel Sud del mondo. E diciamo che la strada va percorsa fuori da quel paradigma». Ma non si tratta di quello che comunemente è conosciuto come “sviluppo sostenibile”, come ha sostenuto il Rettore? «Mamma mia! – esclama Latouche, in modo più  teatrale possibile – ma questo è un concetto ormai vecchio e sepolto. Ormai è stato dimostrato che quello sì è un ossimoro. Qualunque tentativo di sviluppo si è dimostrato insostenibile, da tutti i punti di vista».
Dalla sala si sentono gli applausi. Parchi, per non interrompere il filo dei relatori e perché nessuno usa volutamente uno stile da trascinatore. Si sono accreditate 670 persone, alla Conferenza. Vengono da 47 paesi diversi e il profilo è trasversale per età, con formazione alta. Impegno sociale, ma non in grandi organizzazioni, meglio l’attivismo molecolare, locale, ecologico.
«La crisi che stiamo vivendo – riprende il filo Latouche – è una crisi di civiltà. Continuano a darci date di uscita, di ripresa, di fine recessione. Eppure risale al 2007 il crack finanziario e al 2008 quello economico. Ma siamo nel 2012! E di soluzioni e prospettive non se ne vedono. Siamo in recessione ed il petrolio è più caro che mai, dovrebbe essere vero il contrario, no? E invece è finito anche il trentennio d’oro di questo carburante dello sviluppo». Ma come uscirne, gli chiediamo. «Cambiando paradigma, appunto. Rompendo la maledizione della crescita. Rivoluzionando stili di vita, obiettivi economici, utilizzo di risorse. De-crescendo».
Eppure, se la parola decrescita crea shock, figurarsi tenere proprio il summit internazionale nella capitale del Nordest, il punto alto dello sviluppo, il modello che tutti ci invidiavano. «E che ora sembra al capolinea – è secco il prof – Quando gli imprenditori si tolgono la vita, come succede qui, come lo si chiama? un modello di successo?». Insistiamo: è difficile chiedere al Nordest di decrescere se generazioni di padri ancora ricordano che questa è stata terra di miseria, senza futuro se non la fuga. Latouche non si scompone: «Certo, è stato così. Ma questa terra ha una memoria lunga. La Serenissima, fino al Settecento, era uno dei cuori economici dell’Europa. Ed era riuscita a coniugare il primo strepitoso capitalismo, con l’arte di vivere – sottolinea – Certo, avrà avuto diseguaglianze sociali e leggi anche feroci, ma non era basata sull’ossessione del lavoro. Il governo dei Dogi, era comunque illumitato. Era un buon governo, nel senso che dava Norberto Bobbio, cioè pensava al bene comune. Non all’interesse proprio. E poi le feste, l’arte di vivere, il carnevale». Così nessuno può dire che quelli della decrescita sono tristi, gli diciamo. «L’austerità che ci viene imposta è triste. Noi gli contrapponiamo l’abbondanza della felicità».

Corriere del Veneto

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