Claudio Tolcachir. Buenos Aires, una trilogia.

VENEZIA – Considerato una delle stelle del nuovo teatro argentino, Claudio Tolcachir è tra i cinque maestri scelti dal direttore della Biennale Teatro di Venezia, lo spagnolo Alex Rigola, a tenere una settimana di workshop con i giovani attori usciti dalle residenze di due anni fa. Tolcachir ha condiviso l’esperienza con Luca Ronconi, Declan Donnellan, Peeping Tom, Neil Labute. La Biennale sta cambiando pelle e ora ha sempre più i contorni di un cantiere di ricerca e di pratiche teatrali. E proprio di questo parliamo con Tolcachir. Il suo workshop si intitolava Personajes emergentes: construcción en movimiento.
Che idea hai sviluppato nel laboratorio della Biennale?
«Ho pensato a qualcosa che potesse essere utile ai giovani attori coinvolti. Ho lavorato sulla differenza tra obbedienza e scelta. Cioè: uno sempre è fedele all’interpretazione, al testo, al regista, è una cosa “naturale” nel nostro lavoro. Però, chiunque può vedere la differenza quando invece un attore si appropria di quello che sta facendo e sceglie di generare gesti e pensieri propri. L’attore può muoversi dunque tra la fedeltà e  l’invenzione. A me interessa come si possa trasformare l’obbedienza in una scelta. Dunque, ho voluto sviluppare la curiosità dentro la scena, con gli altri, con se stessi. Mi sono concentrato sulla capacità di immaginare, di creare».
Per far questo, hai lavorato su un testo?
«No, è stato un lavoro di pura creazione, a partire dall’osservazione e dagli impulsi, per dar vita a dei personaggi. Tutti i giorni ho insistito su come stare in quel gioco. L’idea era di costruire un personaggio, abitarlo, non interpretarlo. Riuscire a creare un universo interno, un’architettura di psicologie, emozioni, fisicità. Produrre in tutti i sensi una trasformazione. Qui sta il gioco tra obbedire e scegliere: ad un certo punto sono gli stessi personaggi che cominciano a prendere decisioni».
Il gruppo come ha reagito?
«Ho lavorato con 25 ragazzi. Tanti. Ma ho avuto fortuna, perché mi è toccato un gruppo molto curioso e coinvolto. Sono arrivati senza sapere cosa avrebbero fatto, se li avessi messi in scena o di fronte ad un testo. Invece a me piaceva l’idea di lasciarli sospesi nel vuoto. Perché il vuoto è parte del mio lavoro. E’ il panico che si produce quando non si sa cosa si farà. Il vuoto è una possibilità per poter poi esprimere delle scelte».
Questa è una delle tue corde creative.
«Sì, così sono nate le mie opere. Un attore funziona in modo più originale e personale quando non sente il peso di adempiere ad un pre-giudizio, del tipo “Romeo è così e così”.  Invece è un percorso aperto che si nutre di pensieri, di ciò che io cerco nel mondo e di ciò che mi fa paura del mondo. Io credo che la costruzione dei personaggi dipenda molto dall’idea di insuccesso. Perché la paura ci genera comportamenti specifici con il fine di proteggerci. E’ una sensazione di intimità su cui abbiamo lavorato anche qui.
Cosa ne pensi dell’idea di far vivere una evento molto istituzionale (e tutt’altro che off) come la Biennale, come un Festival di laboratori?
«Credo sia l’esperienza più bella che ho finora vissuto. Certo, tutti i festival hanno la loro magia, ci si incontra, si presentano le opere. Ma mai ho vissuto così profondamente il cruze, lo scambio, tra attori, tra prof. E’ ben diversa l’energia che si vive in una situazione così aperta. Uno viene per apprendere, non per fare un casting e neanche per sperare che qualcuno si compri la tua opera. Qui tutti si scambiano impressioni, esperienze, si appropriano anche di cose sentite da altri laboratori. E questo vale anche per me, che mi considero in apprendimento permanente. E’ una formula con effetto moltiplicatore: ognuno di noi tornerà nelle proprie città con un bagaglio di idee e strumenti nuovi».
“Viento en un violin” ha chiuso la tua trilogia…
«In verità non è una trilogia, sono le tre sole opere che finora ho scritto…» (ride)
Certo, però in qualche modo compongono un percorso, una lettura sulle relazioni umane e familiari, in particolare.
«Sì, all’inizio non l’ho pensata come un’opera a-tre. Ho seguito quello che mi piaceva indagare di più, cioè capire la teatralità. La domanda che ha guidato la mia scrittura era: da quale luogo intimo scelgo di comunicare con te? Quello che più mi interessa del teatro è la possibilità di farmi delle domande sul genere umano, i comportamenti, le contraddizioni delle persone. Per fortuna il teatro mi aiuta come uno specchio, rinviandomi dubbi e domande. Quando scrivo o dirigo un testo di altri, lo faccio solo se i personaggi mi danno questa strana mezcla di rifiuto e di pietà. Le due cose assieme. Se mi danno solo rifiuto, non reggo. Se solo pietà, finirei per accarezzarli. Mi piacciono i personaggi equivoci, e che ognuno lo interpreti come desidera in quel momento. Senza giustificarli. Nelle tre opere che ho scritto il motore è l’umanità che c’è dentro ogni essere umano. In verità non ho mai capito perché d’improvviso è arrivato tanto successo… (ride) Quelle storie le ho scritte solo perché mi commuovevano. E allo stesso tempo perché mi sentivo a disagio dentro quelle storie. ».
Quale altro lato oscuro dell’umano ti piacerebbe investigare, ora?
«L’opera su cui sto lavorando ora ha a che vedere con altre domande: esiste un amore assolutamente puro, senza convenienza o interesse? cos’è la fedeltà, non solo come abitudine di coppia? cos’è la pietà che ti fa sostenere l’altro, in modo che non ti crolli il mondo? Non dico altro, ma la porterò in scena l’anno prossimo».
Della nuova scena argentina, si dice che il tuo sia un teatro emozionale e quello di Rafael Spregelburd un teatro di idee. Credi sia così?
«In quello che faccio esce tutta la mia capacità di osservazione e di passione. E questo è ciò che mi innamora del teatro. Mi piace molto il lavoro di Spregelburd, ma io sarei incapace di farlo. A me interessa far sì che si dissolva il meccanismo. Mi piace pensare che a qualcuno la mia storia sembri divertente e ad altri tragica. Succede spesso che, durante lo spettacolo, metà platea rida e l’altra metà si arrabbi perché vede svolgersi in scena invece qualcosa di terribile. Mi piace stare su questo bordo».
E questo rinvia al grottesco latinoamericano.
«Assolutamente sì. Sono convinto che lo spettacolo lo termini sempre lo spettatore. E’ lui che decide. E quando provavo con gli attori, sentivo che a me succedeva lo stesso: ridevo e mi sentivo male perché ridevo».

Alias/il Manifesto

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