“Chavez è al capolinea”. Intervista ad Henrique Capriles.

CARACAS – Lo chiamano El flaco. Magro, Henrique Capriles Radonski, in effetti lo è. Quarant’anni, bell’aspetto, un master in diritto e già una lunga esperienza politica alle spalle, è lui l’uomo che sta facendo perdere la pazienza a Hugo Chavez, il Comandante. E che invece alle elezioni presidenziali del 7 ottobre potrebbe scoprire di non essere più invincibile.
Capriles lo sa e gioca a sbeffeggiarlo. Ha radunato per le strade del Venezuela più di 1 milione di persone, per una manifestazione mai vista prima. E ha ribadito alla stampa – ovviamente, internazionale – che vuole un Paese normale, dinamico, aperto al mercato e al mondo.
Alla domanda se è di destra o di sinistra, lo sfidante risponde semplicemente: «Progressista». Spiega pazientemente che per costruire la coalizione (Mesa de unidad democratica) si è ispirato alla concertazione di centro-sinistra cilena. E per chiudere il cerchio richiama spesso la sua fede cristiana, invoca la Vergine e rivendica le radici ebraiche da parte di madre e di una nonna sopravvissuta al ghetto di Varsavia.
Ama paragonarsi a Davide che sfida Golia. E non teme le minacce che gli sono piovute addosso. A Lettera43.it confessa che determinazione e ambizione non gli mancano. E anche un bel po’ di fortuna gli ha fatto da spalla: di famiglia ricchissima, a soli 25 anni è diventato presidente dell’Assemblea nazionale, poi sindaco e governatore dello Stato di Miranda. Un bagaglio che gli dà la sicurezza di poter invertire le sorti del Venezuela: «So che il 7 ottobre vincerò con uno scarto di almeno 1 milione di voti. A restare sconfitto non sarà il popolo venezuelano, ma questo governo che dopo 14 anni è arrivato al capolinea», ci ha detto con baldanza durante questo incontro.
Come fa ad avere così tanta fiducia?
Non mi è stato regalato niente. Anche questa candidatura me la sono conquistata con le primarie, una prima nella storia nazionale.
Lei si propone di invertire la linea del presidente Chavez, soprattutto in economia.
Ogni terreno espropriato, ogni impresa che fallisce in mano al governo, sono posti di lavoro che si perdono e famiglie colpite. Dobbiamo finire di espropriare imprese e rendere invece il Paese attraente per gli investimenti stranieri.
Come?
Generando fiducia ed offrendo sicurezza legale a chi arriva. L’unione dello sforzo pubblico e privato ci permetterà di avere una crescita economica sostenuta, come ha fatto il Brasile.
Qual è la sua ricetta economica, dunque?
Ci siamo proposti di creare 3 milioni di posti di lavoro di qualità, perché dove c’è un impiego di qualità la fame non bussa mai alla porta.
Chavez ha assicurato di continuare le grandi politiche sociali se sarà rieletto. Lei cosa risponde?
Io faccio sempre questo paragone: il nostro paese è come una famiglia e sempre c’è un figlio che richiede più attenzione di altri. Allo stesso modo, ci identifichiamo con tutte le politiche sociali che cercano l’inclusione dei più vulnerabili ed esclusi. Il problema è che questo governo ha investito in “missioni” fine a se stesse come meccanismo di ricatto per i più deboli. Noi invece le consideriamo come il passo prodromo al progresso. Per questo terremo le politiche sociali, ma daremo loro qualità, efficienza e trasparenza nella gestione. Ed elimineremo l’indottrinamento politico.
Continuerà dunque ad usare le entrate petrolifere per il sociale?
Ad oggi, il Venezuela scambia barili di petrolio con olio, zucchero, carote, carne e riso, prodotti che potrebbero essere fatti qui. Uno dei nostri problemi è dunque ridurre le importazioni. Dobbiamo fare un uso responsabile delle entrate del petrolio e non possiamo dipendere solo da queste. Noi vorremmo convertire il petrolio in una chiave per sviluppare economia.
Come cambieranno invece i rapporti con i vicini latinoamericani?
Noi crediamo nel processo di integrazione latinoamericana. Prenderemo i provvedimenti che servono per consolidare le relazioni tra Stati: non tanto tra gli individui che governano.
Piuttosto tormentate sono state anche le relazioni con l’Europa.
Il nostro interesse è che l’economia apra le porte di altri mercati, in modo da convertirci in esportatori di prodotti fatti qui e non solo di petrolio. Questa è la via per lo sviluppo.
Grandi strati di popolazione sono sedotti dal carisma di Chavez e contenti dei suoi risultati. Come pensa di convincerli?
Stiamo facendo una campagna storica, visitando casa per casa, per circa 300 paesini. C’abbiamo messo l’anima in questa campagna. Io sono un candidato vero, di carne ed ossa, e guardo al futuro. L’altro è un candidato da poster, che dice di voler salvare il pianeta, mentre nel nostro paese non si contano i problemi.
I suoi oppositori la descrivono come una pedina della destra, esponente delle classi alte e lontano dal popolo.
Non sono un uomo di etichette io: sono un servitore pubblico. Questo governo insulta perché non ha più un’idea. Crede di farci cadere nel suo gioco, ma perde tempo. Sanno che i venezuelani si sono risvegliati e per questo tentano una guerra sporca.
A proposito, teme la reazione dei sostenitori di Chavez nel caso di una sua vittoria?
Intanto chiariamo una cosa: per noi l’insuccesso alle urne non è un’opzione. L’8 ottobre apriremo le porte del progresso al nostro paese. L’altro candidato e i suoi sostenitori dovranno rispettare la decisione dei venezuelani. È il popolo che decide chi sarà il presidente. E la decisione del popolo è sacra.
Quale sarà, secondo lei, il destino politico di Hugo Chavez?
Non sappiamo cosa farà dopo averci passato il potere, però già ora lo invitiamo ad iscriversi al nostro piano di secondo impiego, rivolto a quelle persone con più di 50 anni che hanno perso il posto di lavoro, perché nella Venezuela del progresso c’è posto per tutti.

Lettera43.it

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