politica, società

I due volti del Venezuela

CARACAS – Il cacerolazo inizia appena la luce se ne va. Si batte su pentole e ringhiere, inferriate e saracinesche. E’ successo per tre giorni di fila, l’ultima settimana, nella grande Avenida Fuerzas Armadas, pieno centro di Caracas. Il terzo giorno dalle 11 del mattino all’una di notte. Quattro caseggiati al buio, da un lato all’altro di questa strada rumorosa e trafficata. Dopo le 18.30 si fa buio in Venezuela. La gente  affolla metro e camionetas (i micro-bus privati) per rincasare. Più si fa tardi, più la gente affolla solo i quartieri ricchi di Chacao o Altamira. Con un apagón, un black aut, qui è ancora più deserto. Paura di malandros, attaccabrighe e ladri, che scorrazzano in una delle città più violente al mondo.
«Sappiamo cosa fare. Aspettare il 7 e cacciare Chavez», dice Manuél, un avvocato sessantenne che vive in uno dei condomini. Il quartiere è in maggioranza di opposizione. Da ieri sera è silenzio elettorale. Sarà tolto anche qui uno dei Puntos rojos, i gazebo con la musica a tutto volume e i poster con il volto del Comandante, di cui erano orgogliosi solo quelli del caseggiato in lamiera, cresciuto tra due palazzoni di oltre venti piani. Dagli altri davanzali sono maledizioni. E’ raro che a Caracas manchi la luce, come capita spesso in altre parti di un Paese che cresce più dell’energia che può produrre. Jorge, invece, un attivista del gazebo rosso, una teoria ce l’ha: «Per me è sabotaggio».
Domenica quasi 19 milioni di venezuelani sceglieranno se confermare Hugo Chavez e il suo progetto socialista che dura da 14 anni, con un tentativo cruento di golpe in mezzo, nel 2002, e un vano referendum per revocarlo. Oppure se vorranno voltar pagina e portare a Palazzo Miraflores Henrique Capriles Radonski, detto el flaquito, il magro e telegenico avvocato quarantenne. A 25 anni già presiedeva l’Assemblea Nazionale, poi sindaco e governatore, ora promette di portare alla normalità il Paese.
Si dice, per strada, che ogni volta che Chavez ha vinto un’elezione sia sempre piovuto a secchiate. «Come se lui potesse controllare l’acqua – ci racconta ridendosela Andrés, un giovane sociologo – Per gli oppositori è un demonio, per i suoi fan un santo». Dunque, sembra che pioverà l’otto. Almeno secondo le previsioni. Ci scommettono persino quelli di Bank of America. I sondaggi delle agenzie venezuelane, invece, sono contraddittori e tutti li sbugiardano. E ognuno dei candidati è sicuro di vincere. Capriles ha azzardato che «la differenza sarà di un milione di voti».
Intanto, un milione almeno, sono le persone che il giovane candidato ha riversato domenica scorsa  in città, per la sua chiusura di campagna. Ieri, invece, una marea rossa ha preso possesso di sette viali. «Queste elezioni decideranno il futuro dei prossimi cento anni»,  ha detto Chavez, che sembra sentirsi in forma dopo il cancro che lo aveva colpito.
Eppure, una cosa hanno in comune i due candidati: sono entrambi devoti alla Virgen del Valle, patrona di Isla Margherita, una delle perle della costa caraibica. Per i 101 anni di consacrazione, hanno twittato richieste di benedizione al popolo.  Capriles, di mamma ebrea e padre cristiano, nonna sfuggita alla Shoah e ricchissima famiglia di businessmen, lui è un devoto mariano. E al suo quartier generale in Bello Monte, arrivano lettere e pacchi con statuine della Vergine e una quantità di rosari che si possono ammirare appesi come fosse un reliquiario.
Anche se il lessico della campagna è violento, tutti si affidano a qualcosa di religioso. Per Wisely Alvarez, presidente dell’assemblea municipale di Guaicaipuro, un’ora da Caracas, nello stato di Miranda,  «la nostra è una rivoluzione dell’amore per i poveri, la patria, il socialismo. La loro è di odio contro Chavez». Lei ha organizzato un’assemblea nella piazza del paese. Le canzoni rap, salsa, raggaeton, mixate per il Comandante, invadono l’aria. Ci sono almeno duecento persone, moltissime donne, le più agguerrite nella campagna chavista. Quando arriva il vice di Chavez, il quarantatreenne Elia Jaua è un delirio. Lui qui a dicembre si candiderà a governatore, la poltrona occupata proprio da Capriles fino alla sua vittoria alle primarie della Mesa de Unidad Democratica, la coalizione di opposizione. «Si vincerà prima di tutto con la mistica rivoluzionaria», grida. Che poi, è un modo per dire che tutto dovrà essere perfetto. Dunque, casa per casa, ogni esquina, strada per strada. Nella stessa Guaricaipuro, il vicepresidente del Parlamento, Aristobulo Isturiz, chiede ad «ogni militante di portare 10 votanti, un milione di patrullas in tutto il paese, ed avere un’organizzazione perfetta per la vittoria perfetta». Lessico militare (comando, pattuglie, unità di battaglia), ma  «serve per dare un po’ di disciplina ai tanti attivisti», dicono.
Daniel Acosta Montes, invece, cura per Capriles gli indipendenti, cioè i gruppi informali e i senza tessera, «pezzi di società civile che saranno determinanti il 7 ottobre – ci racconta –  Una massa di persone incontrata in occasione delle primarie, grazie ad una serie di forum tematici». Ci spiega che «non servono tanto a blandire gli indecisi, ma sono diventati la vera muscolatura del movimento di Capriles, a fianco dei partiti», quelli di centro-destra, piuttosto screditati e rancorosi, come tutti sanno.
La battaglia politica è super-polarizzata. In realtà, è come se si muovessero in parallelo almeno due Paesi, che si detestano e non riconoscono la legittimità dell’altro. Eppure, qui sembrano essersi svegliate anche energie sociali da sempre sopite. Il paese dei barrios da una parte, che in Chavez hanno trovato voce e dignità e la possibilità di uscire dalla miseria. E tanti giovani, che non credono alla retorica socialista, denunciano la corruzione ed aspirano ad un Paese normale. Ma tutti sanno che in questi 14 anni il Paese è cambiato. Ed in modo profondo ed irreversibile. C’è anche chi pensa che in realtà non ci sia alcuna rivoluzione in atto. Carlos Corréa, della Ong Espacio Publico, ci spiega che «il chavismo continua il modello di sempre, quello di distribuire le rendite petrolifere, anche se a settori sociali e in proporzioni e in forme diverse. Non si sono prodotte dinamiche – aggiunge – per cui la gente possa avere più potere, né un sistema produttivo diversificato che generi indipendenza per persone e comunità di fronte allo Stato».
Le due parti, intanto, si scontrano sulle cose da fare, ma soprattutto sulla visione del mondo. Si chiamano tra loro escualidos e ratas, squallidi e topi. Ogni tanto ci scappa il morto, come i due attivisti rimasti i giorni scorsi sotto i colpi di pistola da parte di militanti chavisti. Entrambi i contendenti evocano scenari foschi e si accusano di piani violenti, «gruppi senza scrupoli organizzati dalla destra» o «le pistole delle pandillas, la gang dei barrios e l’attacco dei motorizados»,  gli ultrà bolivariani in moto.
I chavisti chiedono di continuare le politiche socialiste che hanno ribaltato il Paese: le missiones che portano strutture sanitarie ed educative nei barrios miserabili aggrappati sulle alture delle montagne, ma anche infrastrutture e lavoro, il plan vivienda con oltre 3 milioni di case nuove, il ruolo sociale dell’impresa del petrolio, la Pdvsa, che sovvenziona tutte le politiche pubbliche. Gli antichiavisti denunciano il ruolo opaco tra Stato e partito,  promettono un Paese dinamico che attragga investimenti, di dare all’impresa petrolifera una gestione manageriale, di iniettare politiche di mercato. Ma chiunque vinca il 7 ottobre, dovrà fare i conti con quello che succederà il giorno successivo.

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