politica, società

L’ultima chance di Chavez

CARACAS – Più di una volta, in campagna elettorale, ha ripetuto «vi prometto che sarò un presidente migliore». Hugo Chavez ci è tornato anche ieri sera, dal balcone di Palazzo Miraflores, di fronte ad una marea di t-short rosse festanti. Evidentemente sa quante e quali falle hanno punteggiato il suo mandato, lungo ormai 14 anni. Le sue ultime parole, prima del silenzio elettorale di venerdì, sono andate all’impegno di «trasformare il ministero della presidenza in un ministero che segua il lavoro del governo, verifichi le opere in corso», tolga gli ostacoli e sia efficiente. Il presidente è sembrato cosciente che non basta appellarsi, come fa sempre, alla retorica della rivoluzione per affrontare alla gola problemi che sono alla luce del sole, che colpiscono anche il suo popolo rosso e non sono un’invenzione di «borghesi» e «squallidi». A cominciare dalla bolla enorme di insicurezza, l’esposizione permanente agli omicidi, alle rapine, ai sequestri express che ormai colpiscono soprattutto classi medie e medie-basse e persino popolari, e hanno il loro cuore nero e disperato nelle arene dei barrios. Tutti ne parlano per strada, anche tra i suoi militanti. Negli anni ha annunciato tante misure, ma non ne ha presa nessuna di forte, di eclatante come fa lui e come aveva annunciato a giugno, ovviamente in diretta televisiva.
Allo stesso modo tra i suoi attivisti, sembra crescere il malcontento per un verticismo che oscura l’altra retorica, quella partecipativa e del popolo al comando. Più di un “quadro” del Partito Unitario Socialista di Venzuela, incontrato in questi giorni, ci diceva di auspicare una vittoria meno netta possibile, in modo che il messaggio arrivasse su, ai vertici che controllano ferrei la comunità chavista. Dalle candidature alle priorità nelle politiche pubbliche, dalla lotta alla corruzione alle clientele endemiche, i chavisti si interrogano sul valore d’uso del protagonismo politico a tutti i livelli, al senso di quel cardine del discorso pubblico che sembra fantasmatico.
Quella che ieri sera si è riversata a Miraflores sembrava la vera marcia di chiusura della campagna elettorale. Non c’era il dovere di surclassare con ben sette avenidas la prova di forza di Henrique Capriles nello spazio urbano. Non c’era l’apparato statale che ha messo mezzi, strutture e fondi, esibendoli in dimensioni mai viste e rendendo ancora più opaco e manipolatorio il rapporto tra Stato e partito. Non c’erano neppure tutti quei dipendenti pubblici, anche antichavisti, mobilitati, trasportati e messi in marcia, con esplicite o indirette pressioni e ricatti.  Ieri sera era davvero il suo popolo, sceso spontaneo dai barrios, accalcato di fronte al corpo del suo capo che parlava dal balcone come sempre con un tono da pastore evangelico e con afflato religioso. E che a quel balcone così carismatico da oggi chiederà conto, ancora più apertamente.
Hugo Chavez si troverà a gestire quei 7,5 milioni di voti come un capitale politico pieno di contraddizioni. Dovrà maneggiarlo con un occhio al dopo Hugo Chavez, lanciando lo sguardo verso il 2019. Sia per la questione della sua salute, sia per lasciare una qualche eredità al suo disegno di ribaltare il paese dalle fondamenta. Un’operazione che lo ha portato a costruire un paese parallelo, di cui ora vuole accelerarne l’edificazione, anche se resta vaga la direzione.
Dai settori produttivi a quelli della distribuzione, dalle case ai trasporti pubblici, dalle istituzioni comunali alla polizia, un intero sistema statale ha preso forma parallelamente a quello esistente. In quel paese, che lui chiama socialismo, dove vivono le classi popolari e lumpen, si svolge una vita alternativa al resto del Venezuela, dove sono confinati i grandi imprenditori e i loro capitali, ma anche una grande parte della classe media e media bassa,  invece hanno le loro istituzioni municipali e “statali”, i loro supermercati, i loro servizi e la loro polizia municipale.
In questi Paesi nel Paese, due perlomeno, non c’è possibilità di dialogo, né di riconoscimento reciproco. Le parole di ringraziamento reciproco e di mano tesa che i due avversari si sono rivolti, forse hanno rotto la maledizione per cui all’avversario non si lascia spazio, neppure lessicale. E’ probabile che Chavez sia comunque cosciente che è una metà del paese, e non solo la caricatura della borghesia fascista, golpista e avventuriera, a non credere al suo paese socialista parallelo e pure a temerlo. E anche con questo dovrà fare i conti e sciogliere molti nodi.

Lettera43

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