“Sarò un presidente migliore”

ottobre 9, 2012

CARACAS – Alle 19.30 di domenica, solo un’ora e mezza dopo la chiusura delle urne, il popolo in rosso stava festeggiando di fronte a Palazzo Miraflores, il suo Presidente. Sapeva già che la partita era chiusa, quando ancora il Consiglio Nazionale elettorale doveva esprimersi. Hugo Chavez, per la quarta volta in quattordici anni, è il primo cittadino del Venezuela.
Oltre 7.440.000 voti, il 54% dei suffragi sono infatti andati al Comandante. Dal suo sfidante, Henrique Capriles Radonski, lo separano più di 1.288.000 voti. Quasi dieci punti di vantaggio. In venti stati su 24. A votare, i venezuelani si sono presentati in massa. L’80,94% degli aventi diritto al voto, «la più alta partecipazione degli ultimi decenni, un successo civico e democratico – ha dichiarato la presidente del Consiglio Nazionale Elettorale, Tibisay Ramirez – Il paese intero ha vinto».
Un elogio alla democrazia, ripetuta anche dai due candidati nelle loro prime dichiarazioni.
Capriles ha subito riconosciuto la sconfitta e si è augurato che il Presidente «sappia leggere con grandezza l’espressione del popolo. C’è un paese che ha due visioni – ha aggiunto – ed essere un buon Presidente significa lavorare per l’unione di tutti i venezuelani».
Chavez, dal balcone di Miraflores, di fronte ad una marea di sostenitori in delirio, tra fuochi d’artificio, slogan, balli e canti, l’ha definita «una vittoria perfetta», e ha detto di rivolgere «le mie mani e il mio cuore a chi votò contro di noi», complimentandosi con «la dirigenza dell’opposizione per aver riconosciuto la verità, la vittoria del popolo».
Dichiarazioni tutte importanti, di distensione e di prove di dialogo, dopo una campagna elettorale tesissima, violenta nei toni e nelle minacce, giocata casa per casa, nelle piazze e sulle strade, riempite di milioni di venezuelani entusiasti. Anche tutte le preoccupazioni sul dopo voto e su possibili violenze si sono volatilizzate.
I due giorni di silenzio elettorale e la giornata di voto hanno fatto trattenere a tutti il fiato. Domenica mattina, alle 3 di notte, erano passate le camionette chaviste a dare la sveglia, con la musica della Diana, la marcetta militare sparata a tutto volume. Alle sei le code erano già lunghe in ogni seggio. La consegna, soprattutto dei rojos, era di votare presto, in modo da verificare e recuperare altri voti nel corso del pomeriggio. Sguinzagliati c’erano quasi mille giornalisti, 245 osservatori internazionali, una missione dell’Unasur e 200 mila testigos scelti dai due schieramenti.
Caracas per tutto il giorno di domenica sembrava quasi svuotata e per una volta silenziosa, con polizia ovunque, ma discreta. Anche il sistema elettronico, che il Carter Center aveva definito già sabato uno dei migliori al mondo contro le frodi, ha superato la prova.  Angeles Diez, docente dell’Università Compludense di Madrid, una delle osservatrici internazionali, ci ha raccontato di essere «rimasta impressionata dall’efficacia del sistema, che fa condividere ai due schieramenti tutti i passaggi telematici e costruisce fiducia reciproca».
Per il Venezuela sembra aprirsi comunque una nuova fase. Chavez si è detto pronto a rafforzare il processo socialista, ma ha anche ripetuto per l’ennesima volta la promessa di voler «essere un Presidente migliore», quasi rispondendo al malcontento su molte misure prese e le piaghe insopportabili di violenza urbana, corruzione e clientela. Capriles, da parte sua, gli ha ricordato che «metà paese non crede al suo progetto». Lui partirà da quei sei milioni di voti e per dare un’identità nuova all’opposizione di Chavez, guardando al 2019.
A livello internazionale da più parti arrivano inviti al dialogo con l’opposizione, in particolare dal Dipartimento di Stato americano e dall’Unione Europea: «Nel suo nuovo mandato, il presidente Chavez deve offrire una mano tesa a tutti i settori della società per rafforzare le istituzioni e promuovere le libertà fondamentali», ha sottolineato la commissaria Catherine Ashton. Mentre i due alleati più stretti, Cina ed Argentina, hanno già fatto sapere di voler stringere ancora di più i rapporti economici e i vincoli politici con Caracas. Cristina Fernandez de Kirschner si è detta emozionata e ha ricordato a Chavez le parole di «Bolivar, in esilio, quando diceva di aver arato il mare. Hugo – si è rivolta direttamente – voglio dirti che hai arato la terra, l’hai seminata ed annaffiata ed oggi hai pronto il raccolto». Doveva sentirsi così lui domenica dal balcone di Miraflores. Con la spada di Bolivar in mano.

Pubblico

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