Indiana pop

ottobre 18, 2012

VENEZIA – E’ una delle icone della pop-art. E’ un marchio inconfondibile. E’ un cortocircuito poetico tra design, arte e brand. Il lavoro di Robert Indiana è magnetico. Contiene l’essenza del contemporaneo. Chiunque pensi a quella parola, Love, stretta in un cubo, su due file e la O inclinata, lo riconosce immediatamente. Più del suo autore, che non ha un volto da rotocalco né la fama scapestrata di Andy Warhol. Erano coetanei, Robert Indiana e lui. Classe 1928, si erano conosciuti a New York quando avevano 26 anni. Dieci anni dopo, girarono pure un film insieme, Eat, con un’unica scena in cui Indiana mangia un fungo. Altri tempi. Un’epoca fa.Molti anni dopo, nel 1978, Robert Clark, detto Indiana, si rifugerà nell’isola di Vinalhaven nel Maine. Anche per questo la fama delle sue «parole scultoree», come le ha definite lui, ha preceduto il suo volto, facendocelo dimenticare.
Ora che di anni ne ha 84, non ci pensa neppure ad uscire dalla sua tana. E così non sarà a Venezia, sabato 20 ottobre, alla Galleria Contini di via XII Marzo, che alle 18.30 gli rende omaggio con una delle rare esposizioni mai realizzate nel nostro Paese.
E’ tutta dedicata alla parola Hope, la mostra da Contini. Poco più di venti opere e la sensazione di qualcosa di struggente. Oltre alle serigrafie su carta, tele e alluminio, campeggiano otto sculture, di diverse dimensioni, a cominciare da quella grande, rossa, che riempie l’entrata della galleria. Un quadrato di 183 centimetri per lato e quasi un metro di profondità. Poi le altre, di differenti misure e variazioni cromatiche, dal turchese fuori e rosa dentro ad una interamente cromata o completamente rossa. «Tutte fusioni di alluminio, con un gran lavoro di precisione da parte di un team di specialisti», ci spiega Federico, il figlio di Stefano Contini, che si occupa della galleria. Ognuna segnata dal copyright, autore e numero di serie. Perché quelli di Indiana sono lavori riprodotti in numero limitato, certo. Ma fuori da quell’esigua serie che non supera le dita delle mani, sono immagini moltiplicate nelle rotative commerciali, impresse dal merchandising, timbrate come francobolli. E’ il 1973 quando esce Love per le poste degli Stati Uniti: era nata nove anni prima come cartolina natalizia per il Museum of Modern Art nove anni.
Le opere di Indiana si sono trasfigurate in logo, per cui l’arte fascinosa del pop si consuma nel cuore del mercato, alimentandone l’immaginario. Indiana amplifica la questione della riproducibilità dell’arte. E si espone pure alle varianti che nel turbinio del pop si affastellano. Come la copertina dell’album Renegades dei metal Rage Against the Machine, con la parola Rage che riproduce l’iconografia di Indiana. O, sempre per il mercato discografico, quella degli Oasis per il cd Little by Little.
Potenza di un artista che così ha stirato la pop-art fino al minimal, a mappe di colori e di concetti, a parole semplici, brevi, raffinate e  assieme banalmente quotidiane. Love, Hug, Hope, Eat. Ed ognuna, ci spiegano i Contini, ha un proprio agente che le rappresenta, ne gestisce le mostre e le vendite. Per Hope, ad esempio, è un manager d’arte di Miami.
Quello di Robert Indiana è un flusso anche di contraddizioni vitali. E’ sempre stato, infatti, un artista impegnato socialmente a sostegno di diverse cause, dai diritti civili, all’educazione, la sanità e l’arte. Non a caso Hope è nata come scultura in onore alla Convenzione nazionale democratica del 2008, raffigurazione della parola-manifesto di Barack Obama. Una sfida audace e folgorante al futuro, così come si era riprodotta virale nelle immagini-poster di Stephard Fairey, assieme al volto pop del candidato-presidente. Potenza della pop-art, che evidentemente continua ad ossigenare la macchina culturale e politica del cambiamento, a decenni di distanza dalla sua comparsa.
«D’altra parte, non ci rimane altro che sperare – dice Stefano Contini – anche guardando fuori dal nostro paese, dalle nostre paure. E anche fuori dal nostro piccolo mercato».
L’anno prossimo, peraltro, più di un’iniziativa celebrerà l’epopea artistica di Robert Indiana. A cominciare da una grande retrospettiva al Museo Munson Williams Proctor di New York, a maggio, mentre una produzione teatrale sulla sua biografia terrà banco al Metropolitan Museum of Art.

Corriere del Veneto

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: