culture, società

Armando Pizzinato, il ‘900 come esperienza di vita

VENEZIA – «Strano destino ha avuto Armando Pizzinato. Dei tempi del Fronte Nuovo delle Arti, dal 1946 al ’49, tutti sottolineano la grandezza espressiva di Emilio Vedova e meno la sua. Dell’ardore realista tutti celebrano Renato Guttuso. E in pochi ricordano lui. Ma Pizzinato fu grande davvero». A parlare dell’artista, friulano di nascita e veneziano di adozione, testardo militante comunista che ha attraversato il Novecento italiano (1910-2004), è Casimiro Di Crescenzo.
Curatore, storico dell’arte, tra l’altro uno dei maggiori specialisti di Alberto Giacometti, sta lavorando da quattro anni sull’Archivio Pizzinato. Ha potuto così mettere mano ad una quantità impressionante di materiale e spesso obbligato a ridatare tele e bozzetti («non voleva staccarsi mai dalle sue opere, le conservava il più a lungo possibile, poi metteva a ritroso date imprecise», sorride), scovando documenti e progetti in altri fondi e biblioteche in giro per l’Italia.Questo lavoro minuzioso e complesso, sostenuto dalla Bugno Art Gallery, una delle più importanti di Venezia, porterà ad un catalogo ragionato delle opere, che uscirà l’anno prossimo in due volumi. Il tutto culminerà nella grande retrospettiva, Armando Pizzinato. Nel segno dell’uomo, che la città di Pordenone organizzerà, dal 9 febbraio prossimo, nella nuova sede della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, a lui intitolata nel 2010, con ben 130 dipinti, «alcuni inediti e rarissimi, soprattutto del primo periodo, forse il meno conosciuto», precisa Di Crescenzo cui è affidata ovviamente la curatela.
Grazie a questo lavoro di archivio, il ricercatore veneziano è riuscito a ricostruire una vicenda, di cui si erano perdute le tracce e che riguarda una delle immagini simbolo di Pizzinato, Operai sull’impalcatura, del ciclo conosciuto come Costruttori. Un’opera del 1959, ha stabilito lo studioso, che proprio dalle date contraddittorie lasciate dall’artista è risalito ai fatti storici. Non una semplice tela, ma un vero e proprio progetto, come racconta nella pubblicazione appena uscita per Basilissa Edizioni, Armando Pizzinato. Un mito operaio: I Costruttori.
Dunque: da dove nasce quel quadro, con i due muratori presi dal basso, intenti a lavorare sulle impalcature in legno, che sembrano segni astratti, che si stagliano sul cielo blu? Tutto inizia con la decisione della Provincia di Modena di decorare l’atrio della grande sala dell’Istituto Tecnico Jacopo Barozzi appena inaugurato. È il 1959. L’idea è di Rubes Triva, allora assessore in provincia e dopo qualche anno (e fino al 1973) sindaco di Modena, capace di sperimentare le cose migliori del welfare e di fare della sua città un fiore all’occhiello degli enti locali italiani.
A quel tempo, Triva vuole incantare studenti, professori e famiglie dell’Istituto Tecnico con un affresco sul soffitto a tetto capovolto e per questo bandisce un concorso pubblico. C’è un precedente, la Sala Consiliare della provincia di Parma con il grandioso racconto popolare su quattro pareti, dipinto sempre grazie ad un concorso, proprio da Armando Pizzinato.
È l’epoca del Realismo, l’arte chiamata a narrare la storia delle classi subalterne. L’input, col tic feroce dei tempi, sembra arrivato direttamente da Togliatti, che nell’elzeviro, a lui attribuito, e pubblicato in Rinascita del 1948, chiude l’esperienza del Fronte, aperta alle avanguardie e alle sperimentazioni antifasciste, per riportarla a terra, tentando di tumularla nel realismo dei nuovi tempi post-bellici.
C’è chi continua alla ricerca dei propri segni, c’è chi si identifica nella nuova linea, come Armando Pizzinato. Il suo affresco di Parma è inaugurato nel 1956. Tre anni dopo tenta con Modena. Costruttori è il suo nome in codice per il concorso. E da lì inizia anche Casimiro Di Crescenzo a raccontare una pagina politica e sociale di quel tramonto dei Cinquanta italiani. Perché il concorso, vinto insieme a llario Rossi ed Ernesto Treccani, dopo tormentate sedute della giuria, viene respinto più volte dal Prefetto, apertamente di destra, che ingaggia e vince, attorno a quel progetto d’arte, una campagna campale e tutta ideologica contro la Provincia comunista.
«Quello che Pizzinato presenta per il concorso – ci racconta Di Crescenzo – è una strepitosa composizione destinata al soffitto, che riprende gli affreschi barocchi per le sue quinte ariose e lo sfondamento del cielo, una casa in costruzione con gru ed impalcature. Una vera macchina scenografica». L’artista trasformerà poi alcune di queste scene in tele. Una, quella della gru, sarà acquistata nel 1962 dal Comune di Venezia ed oggi si trova a Ca’ Pesaro. «Quella è l’Italia di allora in conflitto permanente – dice – Ma quel mito operaio interpretato da Pizzinato, il suo essere un artista e militante totale, la sua scelta di campo piena anche di dubbi personali, ma sempre pubblicamente ferma e coraggiosa, tutto questo ha qualcosa di struggente». E così lo sarà tutto il suo destino artistico e politico.
Nel 1956, è il 13 ottobre che si inaugura a Parma la Sala affrescata: è un trionfo, il partito celebra la supremazia del Realismo. Ma, il 1 novembre i carri armati sovietici entrano a Budapest, lasciando il pittore angustiato e scosso; da lì a poco il movimento realista è dichiarato finito dal partito. Così succede nel 1968. Mentre è in mostra per la prima volta a Berlino e Dresda, precipitano Praga e la sua rivoluzione. «Tra i suoi appunti c’è anche molta tristezza – dice Di Crescenzo – Abbandona il realismo nel 1963 e percorre strade che già ci sono tutte nei lavori già fatti. Ma lui non rinnega nulla. Per lui, com’è giusto, tutta la sua storia è stata necessaria». Non è un caso che proprio per avvolgere il filo della sua passione, Armando Pizzinato rimanga abbonato fino alla fine a il Manifesto.

il Manifesto

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