La favela verticale di Caracas che sembra un’opera d’arte

novembre 25, 2012

La camioneta, uno dei tanti micro-bus rumorosi e affollati all’inverosimile, sfreccia in Avenida Andrés Bello, in un fiume caotico di auto e motorette. Gli occhi di tutti si alzano sulla Torre David. Eccolo il León de Oro strappato a Venezia, Biennale architettura. «Ma come è stato possibile?», sussurra la signora Maria Rafaela, seduta al lato.
Dalla camioneta si può osservare bene questa città, dove un costruttore diventato milionario nel boom degli ’80 aveva sognato di costruire una City dei Caraibi. David Brillembourg arrivò ad innalzare 45 piani su 190 metri di altezza ed in cima l’eliporto. La terza torre più alta del Venezuela. Oggi è il barrio verticale più grande al mondo. Sono chiamate così le città nelle città, i ranchos abusivi di lamiere e blocchi di cemento ficcati sui costoni delle montagne che abbracciano Caracas. Ogni tanto cedono sotto le piogge furiose. Basta alzare lo sguardo. Quasi solo l’Avila si salva, la montagna selvaggia e verdissima, che indica il nord.
Sui cerros che avvolgono la capitale ci abitano quasi 3 milioni di persone, praticamente metà città. Un dedalo di vicoli. E, pure, spesso un set di pandillas (le bande armate) e di sparatorie. Perché questo è anche uno dei Paesi più violenti al mondo. «E la Torre David non è da meno – racconta Juan, che lavora in un chiosco – Almeno così si dice».
Era quasi pronta, nel 1993, alla morte di Brillembourg. L’anno dopo il suo impero finiva in bancarotta, assieme all’economia del Paese. La Torre David sarebbe rimasta abbandonata ed incompiuta. Poi, dal 2007, hanno cominciato ad occuparla frotte di disperati. Oggi ci sono 852 famiglie, quasi 3000 persone. Hanno organizzato appartamenti e servizi minimi, su 28 dei 45 piani, sotto lo sguardo ferreo di un pastore evangelico.
Un’umanità dolente, dove realtà e leggenda sono difficili da distinguere. Ad aprile, la Guardia Nazionale ci ha fatto irruzione, armati fino ai denti, per cercare un diplomatico del Costa Rica. Scomparso, sembrava fosse sequestrato qui. Poi il silenzio. Rotto a Venezia: «Un premio alla potenza di questo progetto: una comunità spontanea ha creato una nuova casa e una nuova identità e lo ha fatto con talento e determinazione». Così la Biennale dell’archistar David Chipperfield.
Premiato, in realtà, è stato l’Urban-Think Tank di Zurigo, con Justin McGuirk, oltre al fotografo Iwan Baan. Loro hanno investigato la torre. E tra loro, Alfredo Brillembourg. Già: un bisnonno in comune con il defunto costruttore e residenza a New York. Lui stesso ci racconta: «I residenti hanno inventato molte soluzioni, alcune davvero ingegnose, come la rimozione di finestre in alcune parti della facciata, il che è un ottimo sistema di ventilazione. O la scelta di open spaces all’interno di residenze separate».
Impossibile entrare, ora, alla Torre. Troppo clamore. Ma sembra non ci sia nessuno a Caracas disposto a difendere il premio. «In Europa – dice Mariana, un’insegnante – avete ancora lo stesso sguardo esotico e compassionevole». Il signor Luis, avvocato in pensione seduto nella Camioneta che sussulta, scrolla il capo: «un premio per esibire la miseria?».  No, risponde Brillembourg: «Noi pensiamo che questo possa aiutare a sperimentare su larga scala, costruendo collaborazioni con l’Università, il settore privato e il governo, in modo da tirar fuori nuovi approcci». Un modello dunque. Da replicare.
Ma nel Paese, intanto, si sta sperimentando ben altro. Andiamo al Museo dell’architettura, appena inaugurato, in Avenida Bolivar, di fronte a El nuevo circo, un tempo magnifica Plaza de Toros. Qui si celebra il Plan Vivienda, che l’appena rieletto Hugo Chavez sta finanziando con le enormi entrate petrolifere. L’obiettivo? Tre milioni di case in tutto il Paese, di cui due milioni nuove e uno in restauro, il 45% in auto-costruzione. Non c’è lotto vuoto a Caracas che non abbia una gru. Ne sono già state consegnate quasi 300 mila in due anni. Niente di simile si era mai visto in America Latina. Qualcosa come 12 milioni di persone verranno tirate fuori dai tuguri. «Qualcosa di cui neanche noi riusciamo a misurarne gli effetti sociali. Sarà un cambio antropologico, con non pochi conflitti», ci racconta Juan Pedro Posani, il direttore, decano degli architetti venezuelani.
Brillembourg quel piano lo boccia lapidario: «non ha basi realistiche né è stato concepito in modo creativo. Non sono state prodotte soluzioni sostenibili». E cosa ne sarà dei barrios, chiediamo a Posani: «I barrios esistono, hanno costruito società e relazioni che sarebbe pericoloso rompere. Bisogna renderli vivibili. La sfida sarà decentrare poteri, riconoscere sfere sociali, né statali né private».
La camioneta ripassa davanti alla Torre David, il suo brulicare di vita, sotto le regole ferree del pastore evangelico. «Questo è un Paese di artisti, più che di architetti», ci ha salutato sorridendo il direttore. E il signor Luis, l’avvocato in pensione seduto vicino, ci ammonisce:«Diceva Simón Bolívar: Lima è un convento, Bogotà una università e Caracas una caserma».

Io Donna

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