La casa del Tintoretto in vendita

novembre 29, 2012

VENEZIA – Ogni tanto in Fondamenta dei Mori gruppetti di turisti si affollano di fronte ad un portone. Non c’è targa, né insegna. Non è un museo, né un hotel. Eppure quella palazzina, nel cuore di una Cannaregio ancora popolare, è segnata nelle guide. C’è chi mette la testa dentro e chi suona il campanello. Un palazzo che risale al Quattrocento, ma dalle forme gotiche. Si alza lo sguardo e una splendida trifora è sempre piena di fiori. E’ abitato, dunque.
Perché tanta curiosità? Quella è la casa di Jacopo (o Jacomo) Robusti, detto il Tintoretto. Era il 1574 quando il celebre pittore la comprò per farne la sua dimora e il suo atelier. Ci sarebbe rimasto per vent’anni, fino alla morte, salvo qualche tempo passato a Mantova, alla corte dei Gonzaga. Là, nel piano nobile di fronte a quella trifora, uscirono dalle sue mani e dal suo immaginario i capolavori destinati alla sua città. Ora quella casa è in vendita.La abita una signora, stanca del peso di quelle stanze. Lo avevano comprato alla metà degli anni ’80. «Non era messo bene al tempo – dice la figlia Elisabetta, che allora aveva quattro anni – Non ricordo da chi lo avessero acquistato. Ma lo hanno tutto restaurato, impianti, soffitti. Un gran lavoro».
Vivere nella casa di Tintoretto è come un tuffo al cuore. «Era così grande – sorride Elisabetta, che lo ha lasciato poco prima di sposarsi – Ricordo che da bambina ci giravo in bicicletta. O giocavo a palla con mio papà e abbiamo rotto più di un suppellettile».
Sono 182 metri quadri, divisi in un salone, tre camere, una cucina, due sale e due bagni. I soffitti sono a sei metri d’altezza. E’ la vertigine dei piani nobili. E in quello si mescolavano il vociare di otto figli bambini e i passi di Marietta, la primogenita e prediletta.
Tintoretto la vide morire, colta e pittrice pure lei. A 16 anni era già una straordinaria ritrattista. E per non vederla rapita da qualche Corte, l’aveva data in sposa ad un orefice senza gran stoffa. Morì trentenne, Marietta. E tutto fu più triste.
Il fatto è che qualcosa di simile è successo anche ad Elisabetta. Suo padre morì troppo giovane, quando lei aveva 13 anni. «Per me c’è un prima e un dopo in quella casa – dice – E’ come se una bellissima favola diventasse di colpo triste. Allora chiudo la porta dei ricordi».
Dal portone di casa, invece, si apre un androne di almeno 100 metri quadri. E’ proprio sotto il piano nobile. Ed è riservato alla casa. Così come lo è il giardino, che di metri fa 87. Grandi gli spazi e così le spese: «e noi, purtroppo, non riusciamo più a farcene carico», spiega la giovane proprietaria.
Quanto possa valere non è dato sapersi. Alla Gefim Re di San Luca, l’agenzia che ha avuto l’incarico della vendita, le bocche sono cucite. Ma si può immaginare che il prezzo oscilli tra l’uno e i due milioni di euro. Chi potrebbe essere interessato? «Ci sembra bella l’idea che resti una casa realmente vissuta – dicono all’agenzia – Potrebbe essere anche una grande istituzione culturale». Anche i proprietari attuali ci hanno pensato: «Di solito sono stranieri danarosi che si fanno avanti – dice Elisabetta – Ma non ci dispiacerebbe che rimasse a qualcuno della città».
Anche alla morte del Tintoretto non fu facile, tra gli eredi che un po’ dilapidarono e un po’ fu un giro triste di impostori, come bene racconta Melania Mazzucco nel suo splendido Jacomo Tintoretto e i suoi figli. Storia di una famiglia veneziana, uscito tre anni fa per le edizioni Rizzoli. Racconta anche che nel 1632, nella casa «abitavano sette persone. Un uomo fra i 18 e i 50 anni, due vecchi, una donna e tre massere. Il capo di casa era Dominico Robusti». E aggiunge: «Dominico Tintoretto era una sorta di sopravvissuto».
Che oggi possa finire in hoteleria, tutti lo escludono con terrore. Certo sarebbe un ottimo set cinematografico. E’ successo cinque anni fa. Una pubblicità: «Non ricordo né il prodotto né il regista – scuote la testa Elisabetta – Però l’attore era il francese Daniel Auteuil, protagonista tra l’altro di Vajont di Renzo Martinelli. Mi è sempre piaciuto. Così mi sono gettata a chiedergli l’autografo». E cosa successe? «Girarono una scena in Fondamenta, davanti a casa. Lui aveva un gran mazzo di fiori e girandosi colpiva uno spingendolo in acqua. Fecero anche alcune foto sul terrazzino. Mi batte ancora il cuore».

Corriere del Veneto

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