culture

Io, Yoko Ono e Duchamp

Ha giocato a scacchi con Marcel Duchamp e con Yoko Ono. Ha una fabbrica-archivio d’arte. E una casa dove ogni dettaglio è un oggetto di artista. E’ Luigi Bonotto, 72 anni, una delle più prestigiose fabbriche tessili e la più grande collezione al mondo di opere di Fluxus, il movimento che quest’anno celebra i cinquant’anni.
A dire il vero, Luigi Bonotto da giovane non voleva fare l’imprenditore ma dipingere e collezionare arte. Ora sono i figli Giovanni e Lorenzo a tenere le redini, quarta generazione da quando un Bonotto aveva aperto nel 1912 una produzione di cappelli di paglia e pure lui si chiamava Luigi.Oggi, entrare in fabbrica a Molvena, nella provincia vicentina, significa fare un’esperienza d’arte. Bonotto ci accompagna tra macchinari industriali e vecchi telai tuttora funzionanti, ma basta alzare lo sguardo per rendersi conto che tutto è attorniato da opere, stampe, tele, installazioni. Mirella Bentivoglio, Nam June Paik, Ben Patterson, Giuseppe Chiari, Julien Blaine, solo per fare alcuni nomi.
Qui sono catalogati e conservati più di 10 mila tra documenti, tele, foto, oggetti, appunti, lettere, registrazioni, firmati da 80 artisti e 120 poeti visivi. L’archivio, ora completamente on-line (www.archiviobonotto.org) è la vera fonte per capire quell’irriverente movimento che reinventava il dadaismo per sfidare il mondo. Era il 1962, quando George Maciunas e i suoi artisti ribelli si presentarono con il Fluxus Festival a Wiesbaden in Germania. Oggi, a cinquant’anni esatti, le celebrazioni si susseguono ovunque, l’ultima è una grande mostra a Palazzo Magnani di Reggio Emilia (Women in fluxus, fino al 10 febbraio), dedicata alle donne del movimento.
«Molti li ho incontrati negli Stati Uniti, ma allora era facile conoscere artisti e creativi. Tutto ribolliva», ricorda Bonotto. E Marcel Duchamp? «Lui l’ho incontrato a Milano. Ero ad una fiera campionaria ed alcuni amici me lo hanno presentato. Mi propose di giocare a scacchi. Io mi consideravo anche bravino. E lui in qualche mossa mi fece scacco matto. Era davvero un campione. Oltre che un’icona del Novecento».
A quanto pare erano tutti sedotti dagli scacchi. Anche Yoko Ono. Famosa è la sua installazione con scacchiera e pedine interamente bianche, del 1966, simbolo e grido di pace. Yoko Ono è una grande amica di Bonotto. Lei, come altri, tante volte è passata all’archivio custodito in fabbrica o nell’appartamento collegato al capannone. O ha soggiornato nella casa dell’imprenditore, a Bassano del Grappa, a due passi dal Ponte degli Alpini. Una casa-galleria, dove non c’è pezzo che non sia realizzato da uno dei suoi ospiti: «Il patto era: rimanete qui, ma lasciatemi un segno, un ricordo». Dalle maniglie ai soffitti, dalle finestre alle ante degli armadi, Casa Bonotto è un’opera d’arte totale. «Dalla fine degli anni ’80 ho cominciato ad invitarli – spiega – Lavorano, si rilassano e mi aiutano a sistemare l’archivio, a ricostruire date e a ritrovare tracce».
Tutto è inventariato. Rotoli, scatole, supporti, fogli, foto, dossier. Bonotto ci mostra gli appunti per una performance: «spesso è l’unica preziosa documentazione rimasta», dice. Molte infatti erano azioni effimere, che si consumavano al famoso slogan di Maciunas: «tutto è arte e tutti possono farne». Allo stesso modo, per uscire dalla strana fabbrica-archivio di Bonotto, dobbiamo superare la rotta delle farfalle di Walter Marchetti e passare a fianco di alcuni vini con l’etichetta Difesa della natura, firmati Joseph Beuys.

Corriere del Veneto

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