culture, società

La Shoah del Mémorial

VENEZIA – Si può raccontare la Shoah in trenta pannelli. Un racconto rigoroso e allo stesso tempo divulgativo, per ragazzi e adulti. La Shoah in Europa è la mostra che il Museo Ebraico di Venezia ha inaugurato ieri, giorno non casuale, perché il 5 dicembre del 1943 avvenne il primo rastrellamento del Ghetto cittadino.
Considerato dall’Unesco il miglior progetto espositivo sul tema, è prodotto dal Mémorial de la Shoah di Parigi e già tradotto in molte lingue. E’ anche la mostra che più offre una panoramica sul contesto europeo in cui maturò la persecuzione antisemita fino all’annientamento.
«La Shoah non è solo la ‘soluzione finale’ – racconta Laura Fontana, che ha curato i rapporti con il Mémorial – ma il progressivo stillicidio di atti, norme e brutalità che ha espulso dallo spazio pubblico un’intera comunità. E dopo il 1942 è diventato sterminio di massa».
La mostra si pone l’interrogativo su come trasmettere la memoria. «Punta sulla conoscenza come antidoto al pregiudizio», ha ricordato Anna Vera Sullam, responsabile del museo per conto della Comunità. E racconta fatti reali perché scritti «sui corpi di tanti esseri umani», come ha sottolineato un commosso Corrado Calimani, ripercorrendo la cronologia della crudeltà vissuta qui a Venezia.
Il Mémorial di Parigi, con il suo centro di documentazione e le centinaia di progetti che produce, è un’istituzione pressoché unica in Europa, «capace di ricordare il carattere senza precedenti della Shoah – ha spiegato Luc Levi, che ne cura le relazioni internazionali – e di elaborare un racconto condiviso e comune». Tanto più importante, oggi, perché si stanno accumulando – ha aggiunto Levi – «pregiudizi, strumentalizzazioni e forme di odio, soprattutto lungo la frattura tra Est ed Ovest, come dimostrano i casi di Polonia ed Ungheria, tra vecchi e nuovi stati dell’Unione Europea, che tuttora non vivono quella pagina come parte della propria storia».
In mostra è proprio questo racconto comune, nel quale coinvolgere i giovanissimi e i loro insegnanti (ieri pomeriggio si è tenuto anche un seminario sulla didattica della memoria). L’esposizione è su due piani. I più piccoli si fermano al primo, imparano i rudimenti di come si costruiscono gli stereotipi e si annaffia l’odio. Gli altri possono proseguire al secondo piano, dove le immagini sono più crude e il conteggio continua a togliere il fiato: 5.860.000 vittime, di cui 2 milioni solo per fucilazioni di massa e uno a causa della ghettizzazione e degli stenti. Aperta fino al 6 febbraio.

Corriere del Veneto

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