La via eco-socialista di Hugo Chávez

dicembre 11, 2012

Nessuno qui a Catia avrebbe mai creduto di poter avere vicino a casa una clinica. Analisi, radiografie, visite ginecologiche, c’è la farmacia e lo studio di odontoiatra. Non c’è la sala chirurgica, così che «i feriti di arma da fuoco calano a decine all’ospedale più vicino, non passano da qui», ci racconta Licha, un’infermiera, che precisa: «Qui è tutto gratuito, naturalmente».
«Riceviamo tra le 5oo e le 600 persone al mese. La maggior parte soffre problemi di respirazione e di asma cronica», continua Lissi, una dei dieci medici in servizio alla Clinica Popular. Perché l’asma è così diffusa qui? le chiediamo. «C’è la cattiva abitudine di bruciare i rifiuti, prima che arrivi il camion – ci spiega – Una volta non c’era nessun servizio di raccolta e i fuochi non si contavano. Ma l’abitudine è rimasta e bisogna cambiarla».
Ci indica i ranchos tutto attorno, migliaia di case abusive, di lamiera e blocchi di cemento, che pullulano come un dedalo impazzito le colline di Caracas. Qui siamo nella parroquia di Sucre. Cioè una delle 22 località del municipio Libertador. Il cuore di Sucre è il barrio di Catia, enorme, a sua volta diviso in settori. Ci vivono per lo meno 400 mila persone, ma non si sa esattamente, perché nei barrios spesso gli impiegati del censo non sono mai riusciti ad entrare.Eco-socialismo e i verdi con la Mitsubishi
Hugo Chávez è stato appena rieletto per la quarta volta, anche perché da 14 anni rappresenta l’imprevisto che ha svoltato la vita a milioni di persone. E’ lui stesso l’imprevisto che nessuno aveva messo in conto nel 1998, alla sua prima prova elettorale. Sei anni prima era fallito il suo golpe militare. All’epoca se n’era assunto in pubblico la responsabilità, pagando col carcere. Un gesto che mai in Venezuela un politico aveva fatto.
Chávez rilancia la sua rivoluzione bolivariana, che ora conta cinque punti strategici. Uno di questi invoca un mondo multipolare, «che permetta di raggiungere l’equilibrio dell’universo e garantire la pace del pianeta». Cosa che gli è costata più di un sarcasmo, da parte dell’opposizione. Il quinto obiettivo vuole «contribuire a preservare la vita sul pianeta e a salvare la specie umana». Per raggiungerlo scommette su quello che chiama pomposamente «eco-socialismo». Per il momento, dovrà aiutare Lissi e gli altri medici a prevenire almeno i fuochi appiccati alle montagne di rifiuti.
Tra gli oppositori a Chávez vi sono anche gli attivisti del Moverse (Movimiento por una Venezuela Responsable, Sostenible y Emprendedora), il piccolo partito ecologista. Loro, come molti altri, soprattutto giovani che pure si dicono di sinistra, sono piuttosto stanchi di tutta la retorica chavista e dei suoi tic autoritari. Per questo, il partito verde si è alleato alla MUD, la Mesa de Unidad Democratica. La coalizione di opposizione candidava a Palacio Miraflores il quarantenne Henrique Capriles Radonski, già da molti anni in politica e ultimo di una ricchissima famiglia di businessmen.
Il Moverse il 7 ottobre ha raccolto solo 18.443 voti, su 15 milioni di votanti. Eppure sogna un giorno di fare come Marina Silva, che in Brasile ne ha raccolti 20 milioni contro Dilma Rousseff. O i 4 milioni della vicina Colombia, dove Antanaas Mockus è andato in ballottaggio con Juan Manuel Santos. O, ancora, i recenti 2 milioni di voti pescati dai Verdi in Messico.
Il leader del Moverse, Jorge Valverde, ha proposto di «non considerare il Venezuela un paese petrolifero, ma energetico»,  basato sul vento e sul sole: «Così non consumeremo i barili di petrolio che dobbiamo esportare». Certo, fa un po’ impressione il patinato spot di un’automobile Mitsubishi che campeggia sul sito del movimento, solo perché la voce seducente di Maite Delgado, Miss Venezuela e popolare presentatrice tivù, dice «Es hora de moverse».

Petro-economia e post-petrolio
Resta il fatto che il Paese continuerà a poggiare sul petrolio. E così l’intera filiera economica. A cominciare dal ciclo di raffinazione, che soffre di pochi investimenti già nella messa in sicurezza degli impianti. Nei primi sei mesi dell’anno si sono contati almeno 20 incidenti, il più recente lo spaventoso incendio alla gigantesca raffineria di Amuay, nord-ovest del Paese, a fine agosto. A febbraio, invece, era stata la volta di una grave fuoriuscita di greggio nel Río Guarapiche de Maturín, nel nordestino Stato di Monagas. «Produciamo, oltre alla ricchezza generata da petrolio e derivati, un immenso danno alla natura – ha dichiarato il direttore della Fondazione Azul Ambientalistas, Gustavo Carrasquel – Prendete, ad esempio, il Lago di Maracaibo: è il principale estuario di acqua dolce dell’America Latina,  ma ha nelle sue viscere migliaia di chilometri di condutture corrose, che contano centinaia di micro-fuoriuscite ogni giorno».
L’enorme compito di come gestire il petro-presente e la sfida di un futuro post-petrolio sono all’ordine del giorno. Nel frattempo, il Venezuela, non solo ha riserve considerate le più grandi al mondo, ma ne ricava il 60% delle sue entrate. E’ con quelle, nazionalizzata la Pdvsa, la compagnia nazionale petrolifera, che Hugo Chávez ha mosso un’enorme e capillare politica sociale, che lui ha chiamato Misiones, cioè servizi sanitari, scolastici, assistenziali, di lavoro e di case, guardando in primo luogo a chi prima era considerato invisibile. Il popolo dei barrios.
«Sono arrivata alla fabbrica tessile che avevo vent’anni – ci racconta Mirta Moliva, nel tumultuoso barrio di Catia – ero disoccupata e non sapevo da dove cominciare. Mi piaceva l’idea di lavorare con i tessuti. Ho saputo che la Mision Robinson faceva dei corsi. Mi ha cambiato la vita». Oggi Mirta Moliva gestisce una fabbrica che produce uniformi, indumenti e scarpe per gli addetti proprio della Pdvsa, che nel 2004 ha rimesso in funzione una vecchia manifattura abbandonata per anni nel cuore di Sucre. Sessanta operai e 28 mila capi previsti in produzione solo quest’anno.

I barrios, tra  piani casa e violenza urbana
Per arrivare a Catia, la metropolitana lascia il centro città, si avvia verso nord-ovest e sale in superficie. Là si spalanca lo sguardo sui cerros, le montagne che avvolgono la capitale. Avvinghiate sui pendii, fino alle cime, si stendono le migliaia di abitazioni incastonate una con l’altra, quasi abbracciate e posticce, arse dal caldo o in pericolo continuo durante le piogge che spesso le trascinano giù. La tragedia è in agguato, sempre. Come nel dicembre di due anni. Ci morirono 38 persone e 130 mila restarono senza casa.
E’ nata allora l’idea del Gran Plan Vivienda. Obiettivo: costruire 3 milioni di case, di cui oltre un milione da restaurare, utilizzare i lotti di terreno abbandonati sottraendoli alla speculazione, tirar via dai costoni pericolosi centinaia di migliaia di famiglie. Anche l’auto-costruzione ha gran successo, soprattutto nei barrios e all’interno del Paese. Copre quasi il 45% degli interventi: «Di solito si presenta un progetto alla Comuna, il municipio partecipativo. Il governo lo finanzia direttamente, invia materiali e dà assistenza», ci spiega Aurora Morales, già deputata e ora nel consiglio di amministrazione del Banco Vivienda.
Il boom edilizio di Stato è l’altra grande leva. In due anni sono state consegnate 265 mila case, arredate e funzionanti. Qualcosa come 800 mila persone per la prima volta sono entrate in un luogo che non fosse precario. Mai in America Latina si era visto un piano simile. Ogni lotto porta con sé anche lavori urbani ed ambientali. A Sucre la piazza è stata risistemata, gli ambulanti regolarizzati, «e persino i reati, soprattutto furti ed aggressioni, sono diminuiti», si dice sicuro Darwin, un impiegato di fede chavista.
Nel barrio, ci raccontano, dominano le pandillas, le bande spesso in conflitto tra loro per il controllo del territorio e del traffico di droga. Qui, per esempio, tra i settori di Torre e di Oropeza Castillo, non gira buon sangue. E finiscono per mettere mano all’arsenale di pistole. La violenza in Venezuela ha dimensioni spaventose. Nel solo 2011 si sono contati 19.459 omicidi. Un tasso arrivato a 67 omicidi ogni 100 mila abitanti. Nel mondo è poco più dell’8. A Caracas se ne piangono tra i 5 e i 6000 l’anno. Quasi tutti maschi, tra i 15 e i 25 anni. Chávez ha annunciato molti piani, ma la gente ha paura. E i morti affluiscono all’obitorio.
«Pensare che la criminalità sia frutto solo della povertà non convince più – ci racconta Roberto Briceño-Léon, docente universitario, direttore dell’Observatorio Venezolano de Violencia e molto poco tenero con Chávez – Anche perché le condizioni di vita sembrano migliorate. Bisogna investigare invece la debolezza delle istituzioni, l’esaltazione della violenza da parte della classe politica, a cominciare dal Presidente, la complicità di settori dello Stato, la flebile cultura dei diritti umani».
Alla fine, non importa quello che si pensa del Venezuela. L’importante è saper «distinguere quelli che si mangiano gli dei, defecando demoni», almeno così cantava Alì Primera, el cantor del pueblo degli anni  Settanta, che qui è una sorta di eroe nazionale.

Terra

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: