Caracas guarda a Maduro

dicembre 12, 2012

Quando l’aereo presidenziale è partito verso l’Avana, per portare Hugo Chávez Frías a lottare in sala operatoria, a Caracas pioveva a dirotto. Teresa Maniglia, una giornalista chavista molto vicina al presidente, ce l’ha subito detto che per lei era un buon segno: «Ad ogni appuntamento importante piove. Era successo anche il 4 ottobre, alla chiusura della campagna elettorale, un aguazo incredibile». Questa della pioggia è una delle storie che più si raccontano a Caracas. Qualcosa di religioso che ha a che fare con la forza del Comandante. Hugo Chávez riaffronta il suo tumore. Dopo tre operazioni e cicli sfibranti di radioterapie e chemioterapie, un anno dopo deve ammettere che è ancora grave il suo stato di salute. Anzi, così grave che dopo l’ultima visita dai suoi medici cubani, è rientrato per qualche ora in Venezuela, il tempo di dare l’annuncio drammatico e di indicare il suo vice-presidente, Nicolás Maduro Moros, come suo successore. «Votate lui, se è necessario», ha detto. Se è necessario, vuole dire se lui non si presenta il 10 gennaio al giuramento da Presidente, così com’è uscito dalle urne solo due mesi fa dopo un’appassionata campagna elettorale.
Indaffarati nell’atmosfera natalizia, i venezuelani sembrano attoniti. Il mondo politico si chiede cosa succederà. Mentre i militanti sono convocati a pregare. Ovunque c’è una messa o un incontro di orazioni. Ieri l’appuntamento era al Parque central. Al Ministero delle pari opportunità da un paio d’anni si fa un presepio vivente al pian terreno, un’idea piuttosto kitsch, con i funzionari in posa da natività. Inaugurato venerdì scorso, si è trasformato in una specie di rito per la salute del Comandante. «Aspettiamo il bollettino medico dall’Avana – ci racconta un funzionario – e poi organizzeremo un’altra messa».
Lo stesso vice-presidente, Nicolás Maduro, intonando un Padre Nostro ha inaugurato ieri una nuova teleferica, di quelle che collegano il centro con le colline che circondano la capitale e dove pullulano i barrios popolari. In tivù non è riuscito a trattenere le lacrime.
I presidenti latinoamericani si sono stretti al loro collega. In Bolivia domenica è stata giornata di veglia, cui ha partecipato persino Sean Penn. L’equadoriano Rafael Correa, invece, è andato direttamente a Cuba, dove ha detto di aver trovato il comandante «di buon animo».
Tutti si chiedono se Nicolás Maduro sarà capace di tenere insieme le varie anime del chavismo, riunite nel Partito socialista unitario (Psuv) e di guidare la nazione. Per il momento deve reggere le elezioni di domenica che decideranno i governatori dei 23 stati.
Cinquant’anni, Maduro è un militante della prima ora, dal tentativo di golpe dell’allora colonnello Chávez nel 1992. E, al tempo, era pure un conducente del Metrobus e agitatore sindacale. Poi ha bruciato le tappe. Prima alla guida dell’Assemblea Nazionale, poi da sei anni al Ministero degli esteri. Qui si è fatto conoscere per la sua retorica anti-imperialista, regista delle relazioni speciali che il paese ha con Iran, Russia, Cina, Bielorussia e con i paesi sudamericani. Eppure, Nicolás Maduro è considerato un moderato. «Moderato se comparato con l’ala radicale che fa riferimento a Diosdado Cabello, il numero due del partito – ci racconta Reyes Theis, redattore del quotidiano El Universal – Maduro ha pure una formazione civile, da sindacalista e questa è una novità per la leadership del chavismo che, a cominciare dal Chávez, ha sempre avuto una forte impronta militare». Ma è possibile un chavismo senza Chávez? «Credo di sì. Resterà una grande area politica, ma divisa – riflette Theis – Un po’ come il peronismo argentino, dove ogni gruppo è avversario dell’altro, ma tutti rivendicano l’eredità di Peron».
Resta il fatto che «in Venezuela si sta chiudendo un ciclo – sottolinea Vladimir Villegas, giornalista, già chavista con incarichi diplomatici, ora ferreo oppositore – Il che non significa che il chavismo sia entrato in fase terminale, come credono alcuni». Ma, aggiunge, «indipendentemente da quello che succede all’Avana, a partire da sabato notte è innegabile che il Venezuela sia qualcos’altro».

Lettera 43

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