Chávez sotto i ferri a Cuba

dicembre 12, 2012

Le voci sul tumore, rimasto avvinghiato nel corpo del Comandante, si rincorrevano anche durante la campagna elettorale. Hugo Chávez Frías, sempre abituato a parlare per ore, in quelle lunghe settimane elettorali non superava i trenta minuti. Il suo eloquio da predicatore evangelico e capo militare si era ridotto ad una manciata di slogan.
Eppure, quelle elezioni del 7 ottobre, che lo hanno poi confermato Presidente, Hugo Chávez  le riteneva come un punto di non ritorno. Forse perché sapeva o sospettava della malattia? E’ probabile. Il suo mandato comunque scadrà nel 2019. Ma solo dio sa se riuscirà ad esserci il 10 gennaio prossimo, il giorno del suo insediamento ufficiale. All’Habana deve affrontare la quarta operazione chirurgica. Ci era andato il 27 novembre, per un trattamento di ossigenazione iperbarica. Dopo dieci giorni di silenzio è ritornato a Caracas per una manciata di ore. Giusto il tempo per annunciare alla nazione che il suo corpo possente è malato grave e per indicare il suo successore, Nicolás Maduro Moros, attuale vice-presidente. La Costituzione infatti vuole che se a gennaio Chávez non potrà giurare, i venezuelani torneranno alle urne. Poi il comandante se n’è ripartito, lasciando la gente attonita, i suoi seguaci in lacrime, a cominciare dal suo vice, che proprio piangendo ha parlato di Chávez quasi come se non ci fosse più. E, inaugurando un teleferico nuovo, Maduro ha cominciato il discorso con un Padre Nostro per la salute del presidente.
E’ questa la situazione drammatica che sta vivendo il Venezuela. Un paese immerso peraltro in una nuova campagna elettorale che culminerà domenica 16 dicembre con la scelta dei governatori nei 23 stati di cui è composto il paese. Tutti si chiedono cosa succederà, se il chiavismo riuscirà a sopravvivere senza un leader attorno al quale tutto è finora ruotato. Il gruppo dirigente sta stringendo la volata elettorale attorno all’emozione popolare. Colpiscono anche i messaggi arrivati dagli altri presidenti sudamericani, persino di quelli più lontani politicamente come il cileno Sebastian Piñera o il colombiano Juan Manuel Santos. L’ecuadoriano Rafael Correa è volato subito all’Habana e ieri ha dichiarato di aver trovato il comandante «di buon umore». Il boliviano Evo Morales, invece, ha lanciato veglie ed orazioni in tutto il paese, ad una delle quali ha partecipato anche l’attore Sean Penn.
Intanto, la scelta del successore, Nicolas Maduro, sembra rassicurare tutti. Ministro degli esteri da sei anni, è un chavista della prima ora. La sua è una tipica storia di come la rivoluzione bolivariana abbia incontrato e valorizzato le persone più anonime. Ed anche, aggiungono gli oppositori, di quanta approssimazione e inadeguatezza gravi sul governo del paese. Cinquantenne, Maduro era un conducente del Metrobus di Caracas quando conobbe Chavez. Era il 1992, l’allora colonnello aveva tentato il colpo di stato contro il presidente Carlos Andrés Pérez indebolito dalle impopolari politiche neoliberiste e dalla repressione militare. Golpe fallito. Chávez resterà in galera due anni prima di essere liberato dalla pressione popolare che era montata a suo favore. Si dice che Maduro, nel frattempo a capo del suo sindacato di autisti, fosse un assiduo visitatore di Chávez in carcere. Là incontrò Cilia Flores, avvocata del team legali  del colonnello, poi diventata sua moglie. Una coppia che scalerà il potere in fretta, dopo la vittoria elettorale di Hugo Chávez nel 1998. Prima lui, poi lei saranno presidenti dell’Assemblea Nazionale. Poi nel 2006 il Ministero degli esteri e da ottobre la vice-presidenza. Un chavista moderato, dicono tutti gli osservatori, nonostante la retorica anti-imperialista. Ma per tutti è l’uomo più leale a Chávez, sempre due passi dietro a lui, mani dietro alla schiena. Ora è solo di fronte al Paese.

Pubblico

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