Glass e il violino di Fain

VENEZIA – Quando Philip Glass tocca la tastiera del pianoforte, il silenzio a teatro si fa seduzione. Succede sempre così. Ovunque. Lo si vede dai volti quasi rapiti verso il palcoscenico. E mano a mano che cresce il ritmo, costruito su un’architettura di repliche e multiple variazioni di uno stesso tema, l’effetto è ipnotico. Così è successo anche ieri sera, al Teatro La Fenice di Venezia.
L’autore di The Hours e delle Metamorphosis, solo per citare alcune opere di una carriera enorme e geniale, ha solcato il palcoscenico come sempre in punta di piedi, quasi una presenza.Casual, camicia e pantaloni grigi, il suo incedere un po’ piegato di lato, schivo persino negli applausi, Glass si è concesso al pubblico loquace, raccontando aneddoti e dettagli, pezzo dopo pezzo. E alla fine non parco di bis, ha regalato il brano-culto di chiusura dei suoi Glassworks. L’occasione, di questo concerto straordinario a La Fenice, era – lo ha sottolineato lui stesso – la mostra fotografica della sua amica Lynn Davis, in corso al Museo archeologico nazionale di Venezia.
Philip Glass ha aperto con Mad Rush e poi si è alternato con Tim Fain, violinista pluripremiato come tra i migliori emergenti, anche se ormai con una carriera-gavetta davvero impressionante e interprete della colonna sonora di un film come Il cigno nero. Nel suo ultimo cd River of Light, è proprio Glass a firmare il suo pezzo forte, Partita for Solo Violin, che gode anche di contributi video di Benjamin Millepied e Leonard Cohen.
Glass e Fain hanno duettato, violino e pianoforte, sulle musiche da scena di The Screens. Vale a dire Le paravants: ultima grande produzione teatrale di Jean Genet, in questo caso ricomposta musicalmente dal maestro americano, nel 1989, originariamente con Foday Musa Suso, a sua volta virtuoso del griot africano. E proprio i duetti con l’energia sprigionata da Fain sembravano dare a Glass una vitalità in più.
Si sa, il settantacinquenne pianista newyorkese ha sempre trovato fonti di ispirazione in musiche lontanissime dagli spartiti occidentali. Non a caso l’incontro fatale è stato con l’indiano Ravi Shakar, scomparso proprio in questi giorni, e ieri omaggiato da un emozionato Glass. Morto da star, Shakar, ma nei primi anni ’60 era solo uno sconosciuto cantore di arie tradizionali indiane. Un giorno ci ha raccontato Glass: «Non c’erano testi, all’epoca, che spiegassero quella musica. Io la ascoltavo e la trascrivevo, cercavo di scoprire le strategie di composizione. Ne è passato di tempo. Quei suoni hanno avuto per me un’enorme influenza. Non solo aprirono il mio mondo alla musica indiana, ma diventai curioso di tutta la world music, dall’Africa all’Asia al Sudamerica. Ho capito allora il valore di quella che chiamerei musica “artistica”, non classica».
Così come vitali sono state le scorribande poetiche e l’attivismo come arte totale di Allen Ginsberg, la cui voce registrata è risuonata sulle note di Wichita Vortex Sutra. Un impegno civile ripreso nell’ultimo brano, Pendolum, commissionato per celebrare il quarantesimo anniversario della American Civil Liberty Union del 2010 e ora riarrangiato proprio con Tim Fain.

Corriere del Veneto

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