Caracas, inferno di pallottole e sangue

dicembre 27, 2012

CARACAS – Una macchina sta attraversando Bello Monte, centro di Caracas. E’ quasi l’alba di una notte di febbraio. Come sempre la città è piuttosto spettrale. Juan David Chacón canticchia al volante. Muove i lunghi capelli rasta. Nei pressi di un semaforo rallenta. E’ uno dei musicisti raggae più conosciuti del paese. Il suo nome è Onechot. L’indomani, inizierà la sua tournée. «Lasciate che vi presenti Caracas / ambasciata dell’inferno / terra di assassini e di pistoleros». Dice così, la sua Rotten Town. Da due anni è una hit in Venezuela.
Il video, firmato da uno dei registi più talentuosi, Hernán Jabes, ha fatto il giro del mondo. Rotten Town. La città putrefatta. Rivoli di sangue scorrono nel video. Inzuppano mani, piedi, faccia e vestiti, ma tutti sembrano non accorgersene. Solo nel 2011, sono 19.459 le persone assassinate in Venezuela. Più di 5000 nella sola Caracas. Fate una media per settimana e ne conterete più di cento.Dopo due anni di polemiche e concerti, è davvero famoso Onechot, figlio di un poeta, Alfredo Chacón, e della giornalista Luna Benítez e già voce di una delle più popolari band venezuelane, la Papashanty Sound System. Quella notte vede un gruppetto avvicinarsi. Sente che a quel semaforo c’è puzza di losco. O forse è solo paura. Ha una laurea in comunicazione sociale. La sua tesi? Reggae e Rastafari. Due forme di capire i Caraibi.
Capire i Caraibi. E’ davvero possibile capirli? Forse pensava a questo, prima di trovarsi le pistole puntate addosso. Gli urlano di scendere, di lasciare la macchina. Poi un botto assordante. Sente il bruciore. Una pallottola gli è entrata in testa. L’auto sbanda, finisce addosso al muro, si accartoccia il cofano. Ma Onechot non sente nulla.
Eccola la sua Rotten Town, l’orribile e magnifica Caracas, guardata a vista dalla montagna che segna sempre il nord, l’Avila verdissima, e oltre la sua vetta il mare dei Caraibi.  Tutto attorno si alzano i cerros, le colline colme di baraccopoli sbucate con il boom degli anni ’80, fabbriche di miseria e labirinti di pandillas, le bande armate. Da là sopra si può guardare la città, da est a ovest.
Plaza Venezuela, ufficio di Amnesty International. César Marin sta coordinando Basta de Balas, una campagna contro la diffusione delle armi da fuoco. Si dice che in tutto il paese ne girino attorno ai 10 milioni di esemplari. «Chi controlla l’ingresso delle armi? – si chiede César Marin –  come si registrano i dati? come arrivano ai delinquenti? Sono stati prodotti 30 milioni di pallottole all’anno, più di una per abitante. Perché tante? e perché ne importiamo ancora?».
Un esempio? «Aiutateci a controllare la Beretta», ci prega. Nel 2010 l’impresa italiana ha venduto  al Venezuela quasi 13.600 pistole semi-automatiche, per un valore di 4,8 milioni di dollari. Nei covi delle gang la polizia ne ha trovate ben 3.490. Ma è una goccia.
E’ un’autostrada di armi e di droga, il Venezuela. Nel passaggio, la violenza si gonfia. Il rapporto annuale dell’«Osservatorio sulla violenza» è appena stato pubblicato. Roberto Briceño-Léon è un sociologo dell’Università Central. Tutti lo riconoscono per i suoi baffi all’insù, come Hercule Poirot. L’osservatorio è una rete di sette atenei, pubblici e privati. E siccome dati ufficiali non ci sono da anni, le cifre le raccoglie nelle redazioni dei giornali, in obitori e ospedali e qualche funzionario passa di nascosto le informazioni. «Tre cose impressionano – dice – Il numero di morti: siamo a 67 ogni 100 mila abitanti. In Colombia, con una guerriglia sanguinosa, è 32». Secondo? «Il fatto che l’omicidio è la prima causa di morte tra i 15 e i 25 anni. Cioè: stiamo perdendo una generazione sotto il fuoco». Ne manca una: «L’84% dei morti è di classe media e bassa. Quelle alte si sono protette: auto blindate e guardie. Un milionario ha meno paura di un piccolo tassista».
«Questa notte fa attenzione / qualcuno morirà a Rotten Town»: le liriche rasta di Onechot. A Caracas tutti ne parlano come fosse una cosa normale. Ma perché nessuno reagisce? Per Briceño-Léon, «c’è molta rassegnazione. Altre volte invece, soprattutto tra i giovani, si trasforma in vendetta». La pronuncia in italiano, il professore. «Qui si chiama culebra: ci si vendica di un familiare ucciso. La si eredita anche: il figlio o il cugino devono reagire».
Caracas può essere un girone d’inferno. Ora sta andando per la maggiore la tecnica dei sequestri express. Ti tengono qualche ora. Recuperi del denaro e glielo dai. Così ti lasciano. Su 1168 casi denunciati l’anno scorso, un migliaio sono stati express. Per capirne di più, incontriamo nella redazione del quotidiano El Nacional Javier Mayorca, un giornalista investigativo. Pochi conoscono il fenomeno quanto lui. «Chi una volta si dedicava alle rapine in banca, a rubare furgoni o macchine, è migrato al sequestro – ci racconta – Più vantaggi con meno sforzo. Pura razionalità economica. Per questo stanno aumentando gruppetti di sequestratori inesperti, che la polizia chiama cocos secos, molto violenti, con poca abilità a gestire la vittima. E così sono aumentati anche i morti sotto sequestro».
La violenza si è fatta banale. «Vi racconto una storia», dice Briceño-Léon: «Un giorno tre individui entrano in autobus a Caracas per derubare i passeggeri. Uno va in fondo, uno raccoglie denaro, cellulari, orologi e l’altro controlla l’autista. I due riescono persino a scambiare qualche parola. Bene, escono con la cassa del bus. E quando l’ultimo bandito scende, si gira e spara all’autista. Mi sono chiesto: perché? Non c’è nessun perché». Si spara e basta. Lo stesso che è successo a Onechot.
Corruzione ed impunità alimentano l’economia del crimine. Javier Mayorca ci spiega che  il 92% degli omicidi non arriva nemmeno a vedere la fine delle indagini e rimane irrisolto. Quando si arriva in fondo al processo, si scopre che il 17% dei detenuti è un poliziotto o ex. Qui c’è una zona grigia dove tutto resta sfocato. César Marin ci aveva avvertito, per esempio, che «il numero di esecuzioni da parte di polizia e Guardia nacional è altissimo. Amnesty ha raccolto almeno 6 mila denunce».
Nell’affollatissima metropolitana, campeggia una campagna governativa per consegnare le armi. Ma è una goccia nel mare. A Palacio Miraflores sembrano convinti che solo riducendo la povertà, il crimine diminuirà. Hugo Chavez ha ridistribuito le rendite petrolifere come mai era successo prima: l’indice di povertà è sceso dal 47% al 27% e la miseria dal 27% al 7%.  Cosa è successo dunque? Perché tanto sangue?
Onechot è comunque uscito dal coma. «Sembra un miracolo»,  ci racconta Hernan Jabes. Dopo il video di Rotten Town il regista ha girato un lungometraggio che ha riempito le sale ed è appena sbarcato a Los Angeles. Piedra, papel o tijera, cioè il gioco di pietra, carta e forbice. Con una bella narrazione, una regia accurata e degli ottimi giovani attori, è tutto girato nei quartieri più poveri di Pinto Salinas e i barrios malfamati e struggenti de La Pastora o il 23 de Enero.
Il film – applaudito di recente a Los Angeles – ripercorre tutto questo ingorgo senza uscita, lastricato di sequestri, sparatorie e complicità, come una tragedia che partorisce altre tragedie. «La speranza inizia con un cachetón, uno schiaffo, per farti reagire», ci dice. Ma come si può sopportare tutto questo’? «La verità è che la gente venezuelana è bellissima e anche all’inferno rimarrebbe responsabile, affettuosa, bochinchera, spiritosa. E’ questo che ci ha permesso di non finire in guerra. Di fermarci prima». Poi apre un sorriso. A Hernan Jabes gli occhi si fanno lucidi: «Ho visto Onechot. Era sul palco di un locale. Ha ricominciato. Neanche lui si è arreso».

Lettera43

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