Chávez, verità col contagocce

gennaio 3, 2013

In Venezuela l’ansia si misura in minuti. E le novità sulle condizione di salute di Hugo Chávez vengono somministrate a piccoli bocconi. «Alle 18.30 avrò nuove informazioni». Il tweet lanciato il 2 gennaio da José Rafael Marquina ha tenuto col fiato sospeso le decine di migliaia di suoi seguitori, che a quel punto hanno passato tutto il giorno ad immaginare cosa avrebbe detto il medico più famoso del Venezuela. «Continua la situazione molto critica, nessun miglioramento e ricevendo alimentazione endovenosa». Parlava del Presidente Hugo Chávez, naturalmente. «Sta ricevendo quantità di albumina umana per migliorare le funzioni renali e l’edema generalizzato». E ancora: «La famiglia insiste perché si continui il supporto artificiale, nonostante sappia che la situazione è terminale». Venezuelano, internista specializzato in malattie polmonari e del sonno, luminare di base alla Nova University di Naples, in Florida, José Rafael Marquina è un vero e proprio oracolo in 140 caratteri. Tutti lo conoscono in Venezuela. Si dice che lui abbia le fonti più attendibili e il fatto di essere un medico prestigioso e negli Usa gli dà ancora più credibilità. E così in oltre 300 mila lo seguono e dibattono i suoi bollettini medici. Una fama conquistata da quando aveva ricostruito in tempi non sospetti il quadro clinico e la gravità sulla salute di  Chávez.
Il fatto è che in tanti a Caracas giurano di avere notizie di prima mano e fonti sicure. C’è chi ha un giornalista di fiducia, chi un deputato importante o un avvocato altolocato. «Mio zio dice che un suo amico è della guardia di onore di Chávez», sussurra Juan, un trentenne che lavora in un negozio a Chacaito. « Chávez è in coma: l’ho saputo da un militante ben informato del Collettivo Tupamaru», è sicura invece Ana Maria, riferendosi ad una organizzazione ultra-chavista.
«Si dice anche che la famiglia sia arrabbiata – racconta furtiva una signora in un chiosco di  Plaza Candelaria – Sembra che consideri le curi mediocri e piuttosto negligenti». «Chiacchiere e falsità», chiude con un gesto secco Mario, un signore alto con grandi baffi che sembra il vice-presidente Nicolás Maduro.
Ognuno ha la sua versione a Caracas. Chi dà il Comandante già per morto, chi incosciente, chi ormai incapace di rispondere agli antibiotici. Si parla di coma indotto e di respirazione assistita, ma tutti ormai sanno che il 10 gennaio sarà impossibile vederlo giurare di fronte all’Assemblea Nazionale, come prevede la Costituzione.
L’informazione ufficiale non aiuta ad avere un quadro rigoroso sulla salute del Presidente. Il vice, in una lunga intervista a TeleSur mandata in onda dall’Avana il 1 gennaio, ha detto di aver visto in Chavez «una forza gigantesca». Gli avrebbe «chiesto di raccontare la verità al popolo, qualunque sia». E qual è? «Situazione delicata, ma stabile», dice lui.
Ieri invece due dichiarazioni di Evo Morales, il presidente della Bolivia, che i giorni scorsi era al capezzale del Comandante, ha parlato di stato «molto preoccupante». Ramón Guillermo Aveledo, coordinatore dell’opposizione, la Mesa de Unidad Democratica, pur ripetendo «rispetto e vicinanza umana», ha invitato i vertici chavisti a parlar chiaro. «La verità sulla vita del presidente non è un fatto privato loro, perché il paese è più grande». Ma anche all’opposizione sembrano non sapere bene cosa fare e cosa dire, al di là delle parole di circostanza.
C’è un senso di grande spaesamento ed incertezza, in una città dove il capodanno si è celebrato in un silenzio quasi surreale e dove le strade non hanno ancora ripreso il caos abituale, perché molti hanno approfittato delle ferie di fine anno per rifugiarsi nelle spiagge vicine.
Mercedes Chacín, caporedattrice del freepress più letto nella capitale, il Ciudad CCS, di fede chavista, ci dice che «la impressiona quanto il paese sia tranquillo in una situazione così delicata. Sembriamo un paese maturo». Le chiediamo se è pessimista: «credo che bisogna essere realisti e pensare che il comandante non ci sarà – ha raccontato a Lettera 43 – A quel punto dovremo essere noi tutti ad avere un grande senso di responsabilità». Poi si ferma un attimo, Mercedes Chacín, quasi per il senso di vertigine di fronte alle sue stesse parole. E allarga un sorriso caldo: «Noi abbiamo il futuro davanti e un processo di trasformazione che è davvero irreversibile. Non si tornerà indietro in Venezuela, ne sono sicura».
Juan, il ragazzo del negozio, scuote invece la testa: «La verità? E’ che non sappiamo con certezza cosa sta succedendo. E di sicuro non sappiamo cosa sperare».

Lettera43

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