Cuba, libertà di espatrio sulla carta

Quando è entrata in vigore la riforma che semplifica ai cubani i viaggi all’estero, lunedì 14 gennaio, puntuale è arrivato il commento – via tweeter – della  blogger Yoani Sanchez.  «Questo sarà il nostro muro di Berlino che cade?», si è chiesta. Impossibile rispondere. Ma è un misto di sollievo, incertezza ed euforia quello che si respira dentro e fuori dall’isola nell’aria frizzante delle riforme cubane.
Visto da chi vive fuori, dalle migliaia di cubani che per esilio, amore, lavoro o fuga sono sparpagliati in giro per il mondo, le aperture di Raul Castro suscitano un mix di sensazioni che va dal disincanto alla felice attesa. E, pur se tra mille timori, resta il fatto che «questa è davvero la più importante delle riforme. Più di comprarsi la casa o aprire l’attività in proprio», come racconta a Lettera43.it Ana Iris Reece, che lavora a Milano da molti anni. Questa volta, infatti, si tratta di un vero assaggio di libertà, con un impatto psicologico che, si dice certa lei, «avrà profonde conseguenze nell’isola».
Dalla fine del 2010, si sono contate 300 nuove norme. Il che ha impresso un’accelerata ad una economia sonnolenta e (apparentemente) senza via d’uscita. Per bilanciare la smobilitazione di dipendenti pubblici di enormi dimensioni, pari a mezzo milione nel 2011 e ad un milione e 800 mila entro il 2015, il governo ha facilitato tutte le iniziative private di piccolo taglio. Oggi i lavoratori in proprio, i cuentapropista, si contano in 330 mila, ma il numero è in continuo aumento. Sono 83 le liberi professioni, dagli affittacamere ai ristoratori, dai taxisti ai cartomanti, che stanno trasformando le strade dell’Havana in una specie di caotico suk. Si può anche assumere manodopera, pur pagando le tasse, che non sono poche, e anche questa è una novità. Se a questo si aggiunge la possibilità di comprare e vendere auto, pc, telefoni, appartamenti, la sensazione è che il paese di Fidel stia cambiando in fretta i connotati.
Eppure, quella che più nell’isola caraibica si aspettava era la riforma sui viaggi. Fino a lunedì, per uscire dal Paese l’iter era lungo e costoso. L’ufficio emigrazione chiedeva ai cubani una lettera di invito dall’estero firmata da un familiare o da un amico. Se l’ufficio dava il via libera, bisogna poi chiedere il visto all’ambasciata dello stato di destinazione. Solo allora l’emigrazione dava la tarjeta blanca (carta bianca). Il tutto per la cifra di quasi 500 euro.
Il sistema, insomma, era fatto in modo  da garantire che fosse quasi impossibile emigrare. Per le difficoltà pratiche e per il salasso economico, in un Paese in cui il salario medio non supera i 15 euro mensili. Da lunedì, invece, tutta la corsa ad ostacoli della burocrazia cubana è stata tolta. Rimane da vedere cosa faranno gli altri paesi, a cominciare da quelli europei. Toni, 43 anni, residente a Bilbao, racconta: «la prima volta che ho provato ad uscire dal paese, la Spagna mi ha negato l’ingresso. E’ successo così. E all’Havana nessuno ci poteva credere».
Ana Iris Reece è invece uscita da Cuba 16 anni fa con un visto di studio per un master alla Bocconi. Tuttavia, doveva rientrare comunque ogni 11 mesi e 29 giorni. «Altrimenti ti sequestravano tutte le proprietà e ti negavano l’ingresso – dice – C’è chi l’ha fatto, perché non voleva più tornare o anche solo perché non aveva niente da rischiare. Io ho rispettato la legge e poi ho ottenuto una cosa allora molto ambita, il PRE, il permesso di residenza all’estero: mi era appena nata una bimba in Italia». Anche questa sorta di vendetta di stato è stata tolta. «Era solo un modo per lo Stato di fare cash», sorride Toni.
«Ora speriamo che l’isola non si svuoti», sfodera un po’ di humour nero Julia, trentenne che vive a Città del Messico: «Sono contenta, perché mia nonna potrà uscire senza la sensazione di fuggire, ma di poter rientrare quando vuole». «Alla fine, non c’è cubano che non voglia tornare a casa, questa è la verità», aggiunge Ana Iris Reece.
«I costi per viaggiare sono proibitivi per chi vive là – dice Mario, che vive a Miami e fa l’impresario edile – ma questa riforma stimolerà le persone al risparmio, potrebbe essere un volano per l’economia». Sempre a Miami, Richard Blanco ci è arrivato a tre anni, con i suoi in fuga dai barbudos di Fidel Castro: «La grande comunità cubana che si è stabilita qui, alterna amarezza ed euforia, guardando quel succede». Lui a Cuba ha provato ad andarci nel 2009, ma è stato truffato da un’agenzia di viaggi cubano-americana: non lo aveva avvertito che, essendo nato all’Havana, aveva bisogno di un permesso speciale da chiedere al consolato di Washington. «Ho imparato a non fidarmi», se la ride.
Ma da Miami, nonostante lo stretto embargo che ancora guida la politica Usa, cinque giorni la settimana parte per l’Havana un volo della Delta, noleggiato da un’agenzia privata, la Mar Azul. E’ l’unico modo, per ironia della sorte, di lasciare gli Stati Uniti per Cuba.

Lettera43

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...