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Madame Marina

VENEZIA – A volte l’accento francese fa capolino tra le parole. Regala un sorriso caloroso. Si sistema leggermente il tailleur nero, elegante e morbido. Una cosa la mette subito in chiaro, Marina Cavazzana Calvo: «Non chiamatemi ‘cervello in fuga’. Non lo sono. Sono andata a Parigi giovanissima nel 1985, ho incontrato l’uomo che è diventato mio marito e mi sono fermata. Si sa, che le donne sono più elastiche e si adattano di più». Sorride.
Veneziana di origine e francese di adozione, Marina Cavazzana Calvo è una ricercatrice di fama mondiale. Pediatra, il suo campo di indagine sono le terapie geniche. Ieri, Marina Cavazzana Calvo era al Teatro La Fenice di Venezia. Inaugurava un nuovo riconoscimento destinato ai veneziani diventati famosi, «e per i quali sentiamo orgoglio e nostalgia, perché spesso sono all’estero», ha sottolineato il soprintendente Cristiano Chiarot appuntando alla pediatra la spilla con il famoso stemma.
Non sarà un cervello in fuga, ma in Francia ha trovato le porte aperte fin da subito. «Sì, forse ora le cose stanno cambiando anche qui», dice. Quello della ricerca scientifica è un tema caldo in qualsiasi paese, ma in Italia è una delle questioni più calde. Dai fondi ridotti al lumicino, alla burocrazia, ai finanziamenti europei che si perdono: «Noi lavoriamo per la maggior parte con fondi della UE, anche se l’investimento pubblico in Francia resta importante. Ma anche noi spesso soffriamo del peso dell’amministrazione: credo di passare almeno il 40% del mio tempo a fare bandi per avere e rendicontare finanziamenti».
Cauta e riservata, la scienziata veneziana definisce se stessa «ribelle, protestataria ed ingestibile». E determinata sicuramente lo è. Soprattutto se deve dire cose antipatiche. Come il fatto che il mondo accademico è governato da «uomini che si cooptano tra loro». Oltralpe, spiega, «le donne sono solo il 15% dei professori ordinari, meno del 20% dirigono le unità di ricerca, nessuna è preside di università. E’ come un “plafond de verre”, un soffitto di vetro: si vede il cielo, ma non si tocca. Che ci siano più donne è un fattore di giustizia. E in più – aggiunge, fermandosi un attimo a riflettere – le donne garantiscono migliori relazioni con gli altri, sono più trasparenti e meno complicate, più leali e meno confuse degli uomini».
Poi, ci aggiunge anche una questione sociale. Ricorda i sacrifici della sua famiglia di origini umili, padre ferroviere e madre maestra: «Eppure, credo che allora sentivamo tutti di potercela fare, c’era una grande mixité a scuola. Oggi, invece, la frattura sociale e la questione di classe sembrano ancora più aperte».
Quindi Marina Cavazzana Calvo si sentirebbe pronta a far politica, come di recente ha scelto la sua collega Ilaria Capua? Sorride. «Me lo sono chiesta. Ma credo di no, per ora. Mi piace quello che faccio. Ma dò il mio impegno civile ai temi che mi stanno a cuore. E durante la campagna elettorale per il Partito socialista in Francia ho partecipato ad alcuni iniziative a favore delle donne».
Qualche rimpianto? «Non aver incontrato Rita Levi Montalcini. La adoravo». Nostalgia dell’Italia? «Vengo spesso a Venezia, ho tutti i miei amici del Liceo Marco Polo. A Padova collaboro con l’Università e sperimenteremo assieme una terapia genica innovativa per i malati terminali di Aids. Ma a dire la verità, sto bene in Francia. Anche il presidente Napolitano, in visita a Parigi, me l’ha chiesto. Per ora la mia vita è là».
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Premio Curie 2012, quale “scienziato dell’anno”,  Marina Cavazzana Calvo è nata a Venezia nel 1959, ha studiato all’Università di Padova e ha completato la specializzazione in pediatria a Parigi. Era il 1985. Nel 1990 inizia a far ricerca nel campo delle bioterapie, con l’équipe di Alain Fischer e Salima Hacein-Bey-Abina all’ospedale Necker di Parigi. Nel 2000 la rivista Science celebra l’efficacia della sua terapia genica contro la leucemia dei bambini.
Dieci anni più tardi – e un periodo al MIT di Boston – torna alla ribalta sulla rivista Nature, per un’altra ricerca: una terapia genica per la beta-talassemia, una malattia ereditaria del sangue.

Corriere del Veneto

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