Fundamentals di modernità, la Biennale di Koolhaas

gennaio 26, 2013

Sarà una mostra-ricerca che, attorno al concetto di modernità, coinvolgerà anche i padiglioni nazionali. Sarà un viaggio lungo un secolo, a partire da quell’orribile 1914, l’opening in armi del Novecento.
La Biennale, con la regia di Rem Koolhaas, «avrà al centro  l’architettura, più che gli architetti», come ha sottolineato Paolo Baratta, dando avvio ai lavori preparatori con dieci mesi di anticipo. Con enfasi, il presidente della Biennale ha annunciato «un’epoca nuova», per il più grande evento internazionale del settore. L’appuntamento è l’anno prossimo, dal 7 giugno al 23 novembre a Venezia, tra Giardini e Arsenale. L’architetto olandese ne sarà direttore e curatore. Lui in laguna va e viene da due anni, essendo al centro di uno dei più ambiziosi e discussi progetti di restauro e riutilizzo, il Fondego dei Tedeschi, di proprietà dei Benetton. Committenti e progettista hanno dovuto rimettere mano alle loro idee di recupero, considerate troppo invasive e dunque in prima battuta bocciate. Ieri, bocche cucite e domande stroncate sulla questione: «Non è che parlarne sia doloroso – ha solo detto Koolhaas – E’ stata una vicenda difficile e siamo arrivati ad un risultato positivo. E questo è sufficiente».
Eppure, resta sospeso il nodo tra Venezia e il contemporaneo, il dilemma tra slancio di innovazione e filologia del recupero. Una questione già sollevata con forza dall’archistar. «Ma della modernità, Venezia non può dirsi immune – ha aggiunto – Ovunque, che si voglia o no, si incontrano tutti i segni del moderno. Caso mai la città deve chiedersi se è pronta ad un cambiamento articolato ed intelligente».
Per rispondere, bisognerà partire dai Fundamentals, titolo e cuore della sua Biennale. Su cui Koolhaas e Baratta ragionano da un paio di anni, immaginandola con il respiro (e persino la dimensione temporale) di quella d’arte. Non più «sorella minore, com’era nata – è il ragionamento del presidente –  E per di più con il profilo di un’indagine internazionale sul rapporto tra architettura, storia, società civile». Scavare cento anni, Absorbing modernity (questo il tema) dal 1914 al 2014. Tirar fuori – ha insistito Koolhaas «tutti quegli elementi architettonici che sono stati utilizzati in tutto il mondo in modo diverso: soffitti, porte, finestre, pavimenti». Partire da quei dettagli per tessere una biografia dell’architettura, dove «ogni paese è chiamato a portare una singola storia dentro la cornice di un secolo».
La domanda,  che l’architetto olandese ha posto ieri ai 40 rappresentanti dei padiglioni nazionali e che sarà al centro della sua Biennale, è cosa sia (e cosa sia stata) la modernità: «Penso a certe invenzioni, come la lampadina o l’ascensore, a come hanno influenzato (e a volte sostituito) gli elementi architettonici». E comunque, «se prima c’era una specifica architettura per ogni paese, ora tutto si assomiglia. La globalizzazione ha uniformato tutto. E’ quasi tutto uguale. L’architetto non è più un genio, ma uno capace di assemblare elementi». Anche le archistar? Punto nel vivo, lui che dello star system ne è (stato) parte, Koolhaas, ribatte con garbo e con vigore: «L’archistar è un concetto inventato da giornalisti pigri per scrivere qualcosa». E comunque, di sé dice: «sono un architetto amatoriale e uno scrittore professionista».

Corriere del Veneto

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