«Ho giocato a calcio con la mia vita»

«Tutto è cambiato due anni fa in Iran. Dovevo firmare il contratto per giocare in una squadra di calcio di serie A, avrei avuto uno stipendio e una casa. Ma non avevo documenti.  Sembravo iraniano, parlavo come loro. Ma ero solo un afghano illegale. Il mio allenatore non ci poteva credere. Ho dovuto fuggire».  Alì Reza Rajabi ha appena compiuto 18 anni. E’ una promessa del pallone. E’ stato Bruno Listuzzi a notarlo, uno degli allenatori del Venezia Calcio A 5, la squadra cittadina in formazione ridotta.
Listuzzi deve aver visto una piccola stella in quel ragazzino con i capelli lunghi e nerissimi, che piroettava il pallone in ciabatte. E’ successo l’anno scorso nella comunità di Forte Rossarol a Mestre. Qui gli operatori della cooperativa Coges, in accordo col Comune di Venezia, accolgono i cosiddetti “stranieri minori non accompagnati”, cioè i «ragazzi che scappano da paesi in guerra o da tragedie politiche o da situazioni dove la vita è insostenibile», come ci spiega Renato Mingardi. Lui segue tutte le fasi della loro permanenza al centro: dallo screening sanitario all’insegnamento della lingua, all’integrazione nel nuovo paese.  Di solito transita di lì una quarantina di ragazzi, dal Bangladesh al Maghreb, e poi afghani e kosovari, quasi tutti tra i 16 ei 18 anni.
Il fatto è che Coges e Venezia Calcio A5 condividono un progetto, con la supervisione della Figc: insegnare l’italiano ai ragazzi in fuga giocando a calcio. E’ stato scoperto così Ali. «Un progetto così riuscito che forse ora avremo anche uno sponsor», racconta Daniele Bertolin, segretario della società sportiva che ha voluto il calciatore ragazzino nella sua squadra juniores. «Da lì, può ambire alla under 21 e poi, chissà, alla prima squadra, quella che gioca in A», aggiunge Bertolin. Intanto, tre volte la settimana va ad allenarsi e un giorno ha la partita.
E’ felicissimo Alì, quando ne parla. «Ho fatto un test. E’ andato bene. Ora mi è arrivato anche il tesserino della Figc.  Sono cosi orgoglioso». Poi cala la tristezza. Ai suoi 18 anni, ha dovuto fare la valigia e lasciare la comunità. Vive da amici, ora.
«Sto cercando un lavoro – dice –  La casa, le spese, l’affitto: quando scendo in campo mi prende un’angoscia al solo pensare che ora devo badare a me stesso». Frequenta il primo anno del Volta, l’istituto tecnico per odontotecnici. «Ma devo pensare a come pagare i camici dei laboratori e i libri della scuola. Non so se ce la farò».
Il football è la sua vita. «Imparavo il calcio, mentre mi crescevano i denti», sorride. La famiglia era fuggita dall’Afghanistan dei talebani quando lui aveva un anno. «Tornarci significava la morte. Mio cugino mi diceva che qui si stava bene, che tutto era facile. Aveva torto. Non credevo fosse così difficile. Ma dovevo provarci».
Prima un viaggio in macchina fino al confine con la Turchia, poi a piedi. Arrestato: un mese di carcere. E’ espulso e raggiunge la Grecia. Arrestato due volte, alla seconda sono 7 mesi di prigione. Espulso di nuovo, sente che la gente si nasconde nei tir per raggiungere l’Italia. «Così ho fatto anch’io. Non volevo tornare in carcere. Mi son detto: o muoio o raggiungo l’Italia». Rimane rannicchiato sotto il camion fino a Bari. Da qui, in treno fino a Venezia. «Alla fine ho giocato con la mia vita».

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