Verso Monet

febbraio 1, 2013

E’ una piccola casa su un dirupo. La boscaglia alle spalle e di fronte il mare, ampio, da dove affiorano alcune imbarcazioni come piccole macchie bianche. E’ l’immagine della prossima mostra, prodotta da Linea d’Ombra e in programma per l’autunno.
Verso Monet si intitolerà. E sarà una carrellata su tre secoli di paesaggi. Orizzonti, squarci, anfratti e panorami come i migliori pittori, dal Seicento alla vigilia del Novecento, li hanno colti, rappresentati e vissuti su tela. La mostra andrà in scena, sempre sotto la regia di Marco Goldin, dapprima a Verona, al Palazzo della Gran Guardia, dal 26 ottobre al 9 febbraio del prossimo anno. E da lì, si trasferirà a Vicenza, alla Basilica Palladiana, dal 22 febbraio fino al 4 maggio.Un centinaio di opere arriverà da musei e collezionisti privati. Tra di essi, una decina di Van Gogh ed altrettanti Cézanne, una trentina di Monet e poi alcune vedute del Canaletto concessi da alcuni musei americani, dunque quasi delle rarità. «Una mostra corale», la definisce il curatore.
E’ lo studio testardo e sublime della natura. Non tanto come fondale scenico per gesta eroiche o infami, quotidiane o mitologiche, di uomini e dame. Ma come soggetto pulsante vita, bellezza, spiritualità propria. Quando lo sguardo degli artisti comincia a posarsi in questo modo sul paesaggio, è come se gli riconoscessero autonomia. Fino al trionfo del secolo della natura, come viene definito l’Ottocento, e che ha in Claude Monet l’artista capace di cambiare di segno, ancora una volta, all’idea di paesaggio.
La partenza è il Seicento, con le esperienze visive di Claude Lorrain e Nicolas Poussin, gli scenari, veri ed inventati, di un paesaggio ideale. E poi  l’Olanda, naturalmente, e l’orgoglio dei suoi pittori nell’indugiare sui campi piatti, le distese di ghiaccio, lo sguardo largo sulle marine, le navi in pericolo sulle scogliere durante le burrasche, le nature lussureggianti dei viaggi sulle rotte dei commerci, i cieli arruffati di nuvole drammatiche. A Verona arriveranno tele, tra gli altri, di Jacob van Ruisdael, Jan van Goyen e Meindert Hobbema.
La mostra approda, così, in sequenza cronologica, alle vedute settecentesche e al rigore quasi scientifico di un paesaggio dettato dalla camera ottica. Sono le ampie tele di Canaletto, Bellotto e Guardi, il loro sbirciare l’orizzonte cittadino, la laguna e il cielo di Venezia, la favolosa urbanità sull’acqua. E sono pure i loro ‘capricci’, giocoso e surreale scambio di dettagli ed elementi da un luogo all’altro.
Da lì si entra nel turbinio romantico. La scuola inglese, innanzitutto, con William Turner e John Constable. Il primo con i suoi paesaggi mozzafiato che puntano al sublime e con gli incendi e le catastrofi e la potenza delle tempeste, lo sferzare della pioggia e l’arrendersi alla nebbia. E’ invece la struggente campagna inglese, punteggiata di casolari, chiese e cottege, rivoli d’acqua e leggere colline, sotto cieli uggiosi, la firma di John Constable.
L’uscita dal languore e dal fuoco romantico arriva dalle produzioni realiste della Francia di Barbizon, delle scuole scandinave ed est-europee e nell’America dell’Hudson River School. E’ la metà dell’Ottocento e il nuovo mondo si racconta dalla valle dell’Hudson, appunto, per narrare l’esplorazione e gli insediamenti, in cui il sapore romantico si piega a qualcosa di duro, un po’ spietato e sconosciuto come la nuova frontiera.
Ma è con gli impressionisti che il giro di boa è compiuto, grazie all’irruzione di un altro alfabeto pittorico, ad uno sguardo oltre ciò che si vede. E’ una nuova esperienza quella che propongono. Da Renoir a Sisley, da Pissarro e Manet: la tribù impressionista lascerà il testimone ai primi che si affacceranno ad un proto-Novecento, dunque i Van Gogh, Gauguin e Cézanne.
Ma è Claude Monet la chiave di volta. La sua è un’apertura su un terreno intimo, un’esperienza interiore. Ci lascia immaginare le risate, le chiacchiere e i riposi di chi non si vede. Viaggia molto, scopre all’aria aperta quello che non riesce ad ottenere in studio. Le sue pennellate si fanno vigorose. Studia dissolvenze e pieni. E’ veloce, quasi inebriato. Esplodono i colori, dà una forza rara alla luce, ricrea l’atmosfera sonnacchiosa o battuta dal vento, la vela come usasse filtri rosati, dorati o vaporosi. Dettaglia prugni in fiore, rose e naturalmente le ninfee: «Ho messo del tempo a comprendere le mie ninfee – scrive – Io le avevo piantate per il piacere; le coltivavo senza sognarmi di dipingerle. E poi, tutto ad un tratto, ebbi la rivelazione degli incantesimi del mio stagno. Presi la mia tavolozza. Da quel momento non ho avuto più altro soggetto». Ne farà duecento, arrivando contiguo a quello che sarà poi l’astrattismo.

Corriere del Veneto

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