Misa, un osservatorio sulla moda

febbraio 2, 2013

«La moda italiana non è mai stata la storia mitica di artigiani, sartine e calzolai. Sono state delle visioni». Per farci capire meglio, Maria Luisa Frisa ci racconta di Giorgio Armani e del suo incontro con Sergio Galeotti, il creativo e il businessman, un progetto comune, una storia d’amore. «E se in Francia la moda è solo Parigi – aggiunge questa docente considerata una delle massime esperte di fashion system – da noi ha più centri: Torino, Milano, Roma, Firenze. E un tessuto, come il Veneto, fatto di saperi, invenzioni, fermenti».Maria Luisa Frisa dirige il corso di laurea in Design della Moda allo Iuav, l’Istituto di architettura, tra Venezia e Treviso, «un luogo interessante e vivo», sottolinea, ricordando l’osmosi tra teoria e fabbriche, libertà espressiva e rigore. Frisa è anche curatrice, critica d’arte, saggista e di Armani è stata a lungo consulente, ideando tra l’altro il magazine del gruppo. Da ieri è anche la presidente dell’Associazione italiana degli  studi di moda, Misa, il primo esperimento nel nostro paese per dare corpo e voce ad un mondo di studiosi, ricercatori, narratori del sistema di moda. Una sorta di osservatorio su «un sistema culturale unico – spiega Frisa – per far sì che sia riconosciuto come campo di studi e come settore strategico nell’ambito delle politiche culturali».
Obiettivo ambizioso, in un Paese dove la moda è considerata frivola e le sue creazioni dei semplici prodotti da vendere. E’ però lo stesso Paese dove tutti si vantano del Made in Italy, anche se – continua la docente – «marchi storici, da Gucci a Burberi a Bottega Veneta, non sono più italiani, ma in mano a capitale straniero».
Il fatto è che quando si dice moda s’intende un mondo davvero cambiato. E Maria Luisa Frisa, con la sua nuova associazione, prova a farcelo sbirciare. Disorientano, infatti, le nuove figure chiave («oggi non ci sono più stilisti, ma direttori creativi»), il meticciato dei designer («Valenciaga ha un sino-americano e Kenzo un ispanico ed una orientale») e la geografia degli showroom («Prada e Miu Miu quasi ogni giorno aprono un negozio, ma solo a Macao, Cina, Pechino»).
L’alfabeto estetico che identifica un marchio può improvvisamente capovolgersi: «i colori bianchi e topo, beige e marron di Bottega Veneta sono diventati aranci e rossi per incontrare le corde del gusto cinese». Persino il glamour si riposiziona e «le Olgettine, che andavano matte per una borsa di Hermés, hanno convinto Giusy Ferré a chiudere la sua in un armadio per i prossimi vent’anni». Allo stesso tempo il cinema continua ad essere il termometro del lusso e del cool, «anche se i red carpet sono infarciti di dive cui fanno indossare un abito già pronto e delle calzature magari di un numero più grande».
Nonostante tutto questo, racconta Frisa, «la moda continua a pulsare vita, a creare immaginari dove desideri andare ad abitare». Un esempio è la moda maschile, come nel caso di Prada: la nuova linea «mescolando elementi, linee e capi femminili, senza scandalo né rotture: la moda entra nel gender, lo ridefinisce e vi si adatta, le silohuette di uomini e donne quasi si sovrappongono. Siamo già oltre l’uniforme dell’uomo borghese».
Eppure, l’Italia non sembra investire in un tale capitale culturale. «Se a Parigi si chiude una mostra su moda ed impressionismo e si riscopre Mallarmé che nella sua rivista di moda firmava articoli memorabili», qui si balbetta su un Made in Italy, più mitologico che reale. E qui entra in campo la nuova Misa.

Corriere del Veneto

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