Mario Botta, modestia alla Querini

Ripete più volte: modestia nell’approccio, rispetto del contesto, umiltà nell’ascolto. E’ come una bussola che lo stesso Mario Botta ci dà per leggere il suo lavoro.
Ieri a Venezia l’architetto ticinese, allievo di Carlo Scarpa e maestro di Mario Gemin, suo storico assistente, ha presentato la fine di un lungo ciclo di lavori alla Fondazione Querini Stampalia.
Quasi un modello di intervento, quello realizzato nell’insieme di edifici che danno su Campo Santa Maria Formosa. Ed un esempio di come è possibile fare contemporaneo a Venezia. Osando, ma con gentilezza.
Niente a che vedere con i progetti sotto il fuoco delle polemiche, dal Fondaco dei Tedeschi alla Torre Cardin, solo per citarne alcuni: «C’è bisogno di misura negli interventi. Mi sembra che nessuno di questi esempi ce l’abbia – riflette  il maestro – tanto più in un contesto così stratificato come quello veneziano». Eppure, continua il prestigioso architetto, «resto convinto che ci sia bisogno di contemporaneo: il migliore esempio è sicuramente quello di Tadao Ando in Punta della Dogana». Nessuna nostalgia, né immobilismo, né copie, sennò si fanno «falsi storici che portano con sé sempre qualcosa di macabro. Perché, per rispettare l’antico  – e qui cita Carlo Scarpa – bisogna essere autenticamente moderni».
Eccoli, dunque, i lavori alla Querini Stampalia. Restauri e adattamenti, invenzioni semplici e innesti poetici. Dal 1993 Mario Botta ha firmato l’ingresso dal ponte seicentesco, l’atrio morbido con i gradini, un’anticamera con una lunga e stretta vetrata sopra la testa che protegge una bifora antica. Da qui si accede alla sala congressi, magnifico recupero di un magazzino ottocentesco: il maestro ha coperto le pareti con strati di pannelli ed ha aperto la soffittatura ricamando volte ed anfratti. A fianco, ha chiuso una corte con un tetto di vetro, protetto all’interno da una serie di vele come tendaggi, che producono con la luce un riverbero simile all’acqua del canale. E infine ha disegnato caffetteria e bookshop, di questa che è conosciuta come la biblioteca dei veneziani, «da tenere aperta nei giorni in cui gli altri chiudono». Così il lascito del fondatore, 150 anni fa. E per questo il presidente Marino Cortese annuncia emozionato che dal 5 marzo tornerà l’apertura fino a mezzanotte.
«Una cucitura urbana», la definisce Botta. Perché è dagli anni ’60 che si rammenda, si apre, si copre, si aprono giardini e si coprono corti, aumentano spazi e stanze, tanto che solo negli ultimi trent’anni si stima un investimento di 30 milioni di euro, per l’80% coperti dallo Stato attraverso la Legge Speciale.
La Querini Stampalia oggi sembra una città nella città, persino i corridoi rinviano alle calli. Carlo Scarpa prima, Valeriano Pastor negli anni ’80 e infine Botta hanno intessuto una trama architettonica davvero splendida. L’ultimo richiamava gli altri, ne rispettava i segni, riaggiornava le intuizioni, inseguendo lo spazio che si ingrandiva con continue acquisizioni e lasciti, dunque dialogando con una committenza che cambiava essa stessa nel tempo.
«Un miracolo per Venezia», lo definisce Botta. Quasi un esempio di buona politica urbanistica, anche se declinato sulla scala intima di un quadrilatero. «E’ il vero dialogo della società civile –  sottolinea l’architetto – Non un progetto unico, ma uno condiviso da persone diverse, accomunate da determinazione e umiltà».
E, pure, si potrebbe parlare di «un progetto no-global, nel senso letterale del termine: costruito cioè sulla memoria del luogo, sui suoi dettagli e reperti. Il suo valore universale deriva dal senso di appartenenza». E’ questa la lezione di Carlo Scarpa? «Sì, nei suoi lavori c’erano sensibilità e poetica non solo sue, ma che condivideva con gli artigiani veneziani – dice Botta –  Lui era l’ultimo del Rinascimento».

Corriere del Veneto

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