politica

Caracas piange Chávez

Su una cosa, almeno, tutti concordano. Nessun politico in Venezuela ha mai riconosciuto la propria responsabilità di fronte ad un fallimento. Hugo Chávez lo ha fatto, sorprendendo tutti. Ed affascinando molti.
Per capirlo, bisogna tornare al 1992. All’alba del 4 febbraio un gruppo di militari, guidato dall’allora tenente colonnello Hugo Rafael Chávez Frías, tenta di buttar giù il presidente Carlos Andréz Pérez. Non sono golpisti qualsiasi. E in molti si equivocano, a cominciare – si dice – dall’attuale delfino, Nicolás Maduro Moros, che da autista del Metrobus e militante di sinistra, pensa sia un manipolo di fascisti.  In realtà, quel golpe  nasce tre anni prima nelle viscere dei quartieri popolari.

Cos’è successo nel 1989? Il caracazo. Precipitati nella miseria dai tagli neoliberisti e dall’aumento dei prezzi, i venezuelani a frotte scendono disperati in piazza e assaltano i negozi. Vengono dai barrios, i caseggiati di lamiere e cemento che dal boom petrolifero hanno riempito i pendii sulla valle dov’è distesa Caracas. Il presidente chiede all’esercito di reprimere la rivolta.  I militari sparano ad altezza d’uomo e la sera, dopo il coprifuoco, irrompono nei vicoli continuando a fucilate dentro le case. In molti ricordano ancora che le madri nascondevano i bambini dietro il frigorifero.
Da quel massacro e da quelle rivolte, matura l’idea dei giovani militari. Chávez sempre rivendica il caracazo nel pantheon del suo movimento. Il tenente colonnello ha allora 38 anni. Ma, qui, le forze armate sono legittimiste. Fortuna del paese che non ha conosciuto il Cile, si dice qui. Neanche allora hanno rotto l’ordine costituzionale. E questo è il secondo motivo per capire questi 14 anni di chavismo.
Il giovane ufficiale, prima di finire in carcere, va in tivù e dichiara: «Per ora non abbiamo raggiunto gli obiettivi. E di fronte al paese assumo la responsabilità del fallimento». Ci resta due anni dietro le sbarre. Poi arriva l’indulto. Due anni di intenso studio da leader, per Chávez, che incontra pure tanti intellettuali, leader comunitari, politici e sociali. Anni di fermento anche fuori dal carcere.
Si organizza il movimento bolivariano, che cresce, così come si perfeziona il virtuosismo della sua retorica, la mobilitazione ossessiva dell’icona di Simon Bolivar, che diventa il santo laico del paese. Chávez riesce a far sognare il popolo degli invisibili, quelli scesi solo una volta nelle strade del centro Caracas, durante il Caracazo e ricacciati a pallottole nei loro vicoli orribili E questo è il terzo punto di rottura del chavismo. In Venezuela vigeva infatti il “punto fijo”, una sorta di patto per escludere i partiti radicali e quello comunista. Chávez rompe lo schema, fa irrompere nella scena i piani bassi della società.
In 14 anni riesce ad ingigantire la sua leadership, riunendo l’immaginario della sinistra, le gang dei vicoli, i padri nobili cubani, la sua formazione militare. E soprattutto ha la forza del predicatore evangelico, la presenza scenica di un attore consumato, il corpo del padre. Hugo Chávez incarna ed usa le idiosincrasie del paese, il parlar ad oltranza (anche nove ore in parlamento, restando sempre in piedi), il burlarsi degli avversari e la devozione alla Virgen del Valle. Usa l’orgoglio del mestizaje venezuelano, cioè il mix afro, europeo, mediorientale, indio di tre nazioni (caribe, andine e amazzoniche) e la vertigine dei propri artisti. E, infine, fa della propria vita un dramma, surreale e tragico, una tele-serie in cui tutti si sentano protagonisti. Corazón del pueblo, è il suo ultimo slogan. Cuore del popolo.
Con Chávez niente è più come prima in Venezuela. Nel 1998, dicono i dati del Cepal (l’organizzazione economica dell’America latina e del Caribe), era povero il 67% dei venezuelani e un 20% in miseria.  Oggi, i primi sono al 20% e i secondi al 7%. La gigantesca politica di distribuzione delle enormi ricchezze petrolifere ha cominciato ad andare verso il basso, giù nell’imbuto sociale dove sempre si fermava.
Non è stato facile. I primi anni da presidente sono durissimi.  L’opposizione è incredula e rabbiosa. Nel 2002, la locale Confindustria tenta uno strano, inquietante e sanguinoso golpe, con l’avvallo degli Stati Uniti e, si dice, della Spagna di Aznar. Dura due giorni. Anche in quel caso le forze armate si rifiutano di rompere l’ordine istituzionale.
In una manciata di ore Hugo Chávez è di nuovo al comando. Il successivo sciopero del settore alimentare e petrolifero lascia il paese angosciato. Si racconta a Caracas che per accedere al sistema operativo del centro di comando della Pdvsa, la petrolifera di stato, Chávez abbia chiesto aiuto a giovani informatici, ingegneri elettronici ed hacker ventenni. Da quel momento – sostengono molti osservatori – si convince che non può fidarsi di nessuno. E comincia a costruire uno Stato parallelo. Nazionalizza le industrie che considera strategiche, dalle materie prime all’agro-alimentare, costruisce un sistema televisivo, la rete socio-sanitaria e di distribuzione. E dopo le alluvioni del 2010, lancia il Plan Vivienda, 3 milioni di case nuove in otto anni, qualcosa di  mai visto.
Mescola carisma, tic autoritari e populismo. Vince tutte le prove elettorali. E sono tante, perché qui tutti  si vantano di andare a votare.  Solo quando tenta, tra l’altro, di cambiare la Costituzione per cancellare la durata dei mandati presidenziali, perde. I venezuelani non si fidano. E lui ammette la sconfitta.
Poi nel 2011 lo shock del suo tumore. Lui, che si fida solo dei cubani, va all’Avana. E dopo la quarta drammatica operazione, i chavisti si ritrovano a pregare e ad organizzare messe, in Piazza Bolivar o agli angoli delle strade, mentre le notizie arrivano contraddittorie e col contagocce. Muore alle 16.25 di ieri. Il suo delfino Nicolas Maduro, scosso, accusa i nemici di aver avvelenato il Comandante. Ed espelle l’attaché militare Usa.
A Caracas, in realtà, gira da due anni un’altra storia. Da quando cioè è stato aperto il sarcofago di Simon Bolivar. E’ una grande cerimonia. Ma per molti quella è considerata una profanazione. Presagi e misteri. Almeno sette dirigenti chavisti di primissimo piano, presenti al mausoleo, muoiono nel giro di un anno. Poi il tumore del Presidente. Storie. Anche questo è stato il Venezuela di Hugo Rafael Chávez Frias.

Lettera43

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