culture, società

Luisa Valenzuela. Alla scoperta di una maschera sarda

Setaccia, impasta e fa fluire storie, Luisa Valenzuela, nel modo rigoroso con cui scriveva le sue cronache per la rivista Crisis, negli anni del terrore di Stato. Argentina, classe 1938, ha più di 20 libri al suo attivo. Fuggita nel 1979, si è stabilita negli Usa, prima con una residenza e poi ad insegnare letteratura alla Columbia University. E’ tornata a Buenos Aires dieci anni dopo, «quando credevo che tutto sarebbe stato migliore – dice – e invece ho dovuto convivere con Menem e vedere il Paese precipitare nell’abisso del 2001».
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culture

Correr Wunderkammer

Si dice che la Civetta e altri animali la usasse Maria Antonietta, come fermaglio di bracciale e spilla. E’ un cammeo del II secolo a.C., applicato su una montatura ottocentesca di oro, smalto e brillanti. Arrivato alla collezione privata di Teodoro Correr, è rimasto nascosto fino ad ora. Allo stesso modo sono rimasti chiusi centinaia di altri oggetti preziosi, tele, monete, statuine, arazzi e pale. «Molti uscivano solo per il restauro e poi ritornavano chiusi a chiave», ammette Andrea Bellieni, conservatore dei preziosi fondi.
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culture, società

Bastano 5 euro per salvare la cultura

Un festival indipendente di arti interattive, congegni sensoriali e alterazioni visive. Il Toolkit Festival dà a Venezia un’aria metropolitana. Tre giorni (9,10 e 11 maggio) e tre locations (Officina delle Zattere, Palazzo Malipiero e Centro Espositivo Sloveno), un open call che ha attirato l’attenzione di 200 creativi di 34 paesi del mondo e 15 selezionati.
Il fatto è che, giunto alla terza edizione, questo piccolo gioiello ideato e curato da Martin Romeo (borsista alla Fondazione Bevilacqua La Masa), si è trovato senza fondi. «Saltati alcuni sponsor – ci racconta Claudia Zini, del team di produzione – non trovando ancora una sponda nell’industria tecnologica che potrebbe ‘naturalmente’ fare da incubatore, abbiamo deciso di ricorrere al crowdfunding».
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politica

Venezuela, i risultati incendiano il paese

E’ tutto più complicato, adesso, in Venezuela. Dalle elezioni del 14 aprile è uscito un Paese diviso in due parti uguali che si detestano apertamente. Conteggiati anche i voti dei residenti all’estero, il risultato non è cambiato e 24 ore dopo la chiusura delle urne, Nicolás Maduro Moros, il delfino di Hugo Chávez, è stato insediato a Palazzo Miraflores.
Nessun riconteggio dei voti è stato autorizzato dal Consiglio Nazionale Elettorale (Cne). La presidente, Tibisay Lucena ha chiuso la porta, ricordando come il sistema elettorale sia tutto elettronico e che le ricevute cartacee servono solo come controprova. Di prassi si controlla subito il 54% delle schede, ma «rivedere anche il rimanente non avrebbe senso, non cambierebbe niente», le ha fatto eco anche Vicente Diaz, l’unico rappresentante al Cne vicino all’opposizione, che all’inizio aveva sostenuto la richiesta di riconteggio. Continua a leggere

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politica

Caracas, tutti vogliono l’oro nero

Sul pronostico tutti concordano. «Con un largo vantaggio nelle inchieste, ci si aspetta la vittoria di Nicolás Maduro, che probabilmente continuerà nella tradizione di Hugo Chávez». L’ha siglato per tutti James Clapper, direttore dell’intelligence di Washington, durante un’audizione al Congresso. La notizia è rimbalzata giovedì 11 aprile, nel giorno di chiusura della campagna elettorale, che ha visto Caracas invasa da una marea roja, il rosso dei militanti chavisti.
Ma l’interessamento americano non sembra disinteressato. Stiamo parlando del più inquieto dirimpettaio degli Stati Uniti e del paese con le maggiori riserve petrolifere al mondo. Continua a leggere

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politica, società

Il Venezuela s’infiamma

In alcuni condomini di Prados del Este gira di porta in porta una lettera. E’ un quartiere residenziale di Caracas, in gran parte anti-governativo. Le missive recapitate agli inquilini invitano a fare scorte di olio in vista delle elezioni di domenica 14 aprile. Perché? Per «difendersi dalle orde chaviste» nel caso attaccassero gli edifici. Come? Facendolo bollire e lanciandolo dall’alto. Continua a leggere

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culture

Il tappeto infinito di Stingel

La prima volta fu nel 1991, alla Galleria Daniel Newburg di New York. Rudolf Stingel aveva ricoperto il pavimento con una moquette arancione. Due anni dopo, alla Biennale di Venezia, fu la volta di un tappeto dello stesso colore ma attaccato al muro. Non si era ancora avventurato, Stingel, a foderare un intero edificio, con quello che nel tempo è diventato il suo oggetto-feticcio.
E’ successo a Venezia, dentro Palazzo Grassi. Qui Monsieur Pinault lo ha invitato a concepire in totale libertà un’opera. E lui, dopo due anni di ricerca e tre settimane di allestimento, gliene ha creata una con 7500 mq di moquette. Un’opera avvinghiata a pavimenti e pareti, su cui è reiterata l’immagine di un tappeto, di foggia orientale e piuttosto logoro.
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