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Fragile?

L’aveva acquistata da un farmacista, la piccola ampolla di vetro. Ne ha chiuso il beccuccio e così ha custodito l’ Air de Paris. Marcel Duchamp ci chiede di credergli e ci mostra il nulla, come i vestiti nuovi dell’imperatore. E’ lui che chiude la mostra, raffinata e delicata, messa a punto da Mario Codognato alla Fondazione Cini di Venezia, nelle Stanze del Vetro.
Fragile? è il titolo. E per aprire ancora di più quella domanda, Codognato ha posto a fianco dell’ampollina di Duchamp un grosso vaso pieno di polvere rossastra. La firma è di Ai Weiwei. E quel terriccio è ciò che è rimasto di una ciotola del Neolitico. L’accostamento turba. Ruota attorno al pieno e al vuoto e a quello slittamento, il tempo di un secolo, che separa le due opere.E’ fragile, dunque, il vetro? Oppure è anche potente ed autorevole? Joseph Beuys ha posto dei tavoli di legno vecchi e bislacchi, uno è addirittura poggiato su quattro vasi. In mezzo i resti di tanti vetri rovinosamente caduti. Effetto del terremoto, forza ancestrale che si misura su terrore e frantumi. Metafora, pure, dell’urgenza di scuotere il potere. Era il 1981 e continua a suonare familiare.
Il vetro è il registro poetico di Mona Hatoum, un circolo di bottiglie tagliate di sbieco, che sembrano navigare nel mare del pavimento. O il rimando a Morandi di Jannis Kounellis, qui con alcune bottiglie in fila, vecchie e appiccicate, tristemente piene di polvere.
Ciò che importa è il vigore di questo materiale come luogo comune e povero: «è quasi paradossale – dice Codognato – per tutti è così familiare che ci dimentichiamo come non esista in natura ma venga fabbricato. Questo amplifica il suo registro poetico e il suo utilizzo come metafora».
Fragile?, dunque, fa da contrappasso alla mostra appena conclusa, il virtuosismo di Scarpa nella collezione Venini. Qui non c’è il vetro lavorato, studiato, apparecchiato d’arte. Ma il materiale di scarto, grezzo o levigato, l’anonimo e seriale di fattura industriale, che si “fa” arte. O traslucida di senso, come le cifre di Fibonacci in vetro, piantate su un tappeto di terra, creata da Mario Merz. Si tinge dell’ironia, seppur macabra, di Damien Hirst: è suo il teschio che sbuffa aria dalle orbite e fa ruotare a mezz’aria le palle degli occhi. E ancora: la bottiglia verde di Gilbert & George, piegata come fosse plastica, per rievocare l’ebbrezza molesta di chi l’ha svuotata.
Ma il vetro, fragile lo è davvero. Perché è il contenitore che Walead Beshty spedisce da una città all’altra e poi se lo ritrova con mille crepe, una e più per ogni viaggio. E perché, alla fine, arriva Pippiloti Rist e fa camminare una fanciulla dal sorriso innocente e le scarpette rosse, con in mano una mazza a forma di pistillo: dei vetri di macchine in sosta non restano che migliaia di piccole schegge.

Corriere del Veneto

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